Da Zemmour a Houellebecq: in Francia è “rivoluzione conservatrice”?

houellebecq-001Parigi, 5 gen – Suicidio, sottomissione: le librerie francesi, ultimamente, abbondano di linguaggio apocalittico e politicamente scorretto. L’ultimo scandalo editoriale transalpino arriva dallo scrittore eterodosso Michel Houellebecq, che fra pochi giorni uscirà in libreria con il suo romanzo Soumission (il 15 gennaio uscirà anche in Italia per Bompiani). L’argomento? Un ritratto distopico della Francia del 2022, governata da un presidente musulmano e resa schiava dalla dominazione (più finanziaria che “militare”) dei ricchi emirati feudali.

Un tema destinato a far discutere, soprattutto nella Francia che sull’argomento ha steso un bruciante tabù. A favore di Houellebecq si è schierato anche Michel Onfray, irregolare della filosofia, anarchico e ateo, che già ha dato segni di ribellione intellettuale schierandosi contro la follia gender.

“Questo libro – ha detto il filosofo al Corriere della Sera – è meno un romanzo sull’islam che un libro sulla collaborazione, la fiacchezza, il cinismo, l’opportunismo degli uomini”. Per Onfray, Sottomissione è “il migliore libro di Houellebecq, e di gran lunga. La sottomissione di cui diamo prova nei confronti di ciò che ci sottomette è attualmente sbalorditiva. È un altro sintomo del nichilismo nel quale ci troviamo”.

Libri di questo genere, del resto, funzionano proprio perché dicono ciò che non si può dire, portano all’evidenza ciò di cui il pensiero dominante nega l’esistenza: “Esiste una realtà – aggiunge ancora Onfray – che non è un fantasma e che coloro che ci governano nascondono: divieto di statistiche etniche sotto pena di farsi trattare da razzisti ancor prima di avere detto alcunché su queste cifre, divieto di rendere note le percentuali di musulmani in carcere sotto pena di farsi trattare da islamofobi al di fuori di qualsiasi interpretazione di queste famose cifre, eccetera”.

Un altro libro che ha fatto discutere è Le suicide français di Éric Zemmour, 56enne editorialista del Figaro. Un libro contro l’eredità del maggio 68, il femminismo, l’immigrazione, l’Europa e le nozze gay. Anche in questo caso temi scottanti, ma il pubblico sembra gradire, dato che il saggio è stato per settimane primo in classifica.

“Questo successo – ha spiegato – è un plebiscito politico, ideologico. La gente mi ferma per strada e mi dice che finalmente qualcuno esprime la loro sofferenza. Il popolo francese non si rassegna a vedere la Francia morire sotto i suoi occhi”. Zemmour attacca le “tre D” in nome delle quali le élite francesi hanno distrutto la Francia: “derisione, decostruzione, distruzione”.

Se allo scandalo e all’enorme successo di libri come quelli di Zemmour o Houellebecq aggiungiamo le grandi folle che hanno partecipatomanif1 alla Manif pour tous o i consensi ancora crescenti del Front national, oggi primo partito di Francia, ci accorgiamo che qualcosa sta veramente accadendo nel Paese di Voltaire e Renan. Il che è certamente un fattore di speranza, ma apre anche prospettive contraddittorie.

Se non è folle immaginare un domani in cui la Francia sarà arabizzata, l’oggi presenta tuttavia una Francia (così come l’Italia, del resto) che è già americanizzata: contro questa, di “sottomissione”, le voci si levano ormai in modo un po’ stanco e abitudinario. Ma un suicidio non è preferibile a un altro, tanto più che il carattere seducente e apparentemente indolore di una colonizzazione rischia di renderla più insidiosa dell’altra, la cui natura violenta è trasparente e si presta quindi a suscitare spontanee reazioni di rigetto.

Inoltre il discorso contro l’Islam rischia farsi generico e di sparare nel mucchio, mettendo magari in uno stesso calderone tanto le potenze salafite, feudali, terroristiche, con i regimi laici e nazionali che contro queste potenze si battono in prima linea.

L’invasione immigratoria e la ghettizzazione della Francia, del resto, non nascono dal nulla: la deportazione di manodopera allogena è stata programmata a tavolino quarant’anni fa dalla destra al governo per fare un favore al grande padronato. Fra immigrazione e capitalismo c’è un legame indissolubile: criticare la prima restando almeno tiepidi sul secondo è quanto meno contraddittorio.

Molti degli attuali cantori della civiltà gallica e critici del “comunitarismo” musulmano, del resto, provengono dalle file di altri “comunitarismi” che del politicamente corretto hanno fatto un dogma e una ragione di vita. Insomma, i contorni di questa “rivoluzione conservatrice” francese non sono sempre luminosi. Eppure qualcosa si muove. In questi tempi di mortifera staticità è già molto.

 Adriano Scianca

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