Ucraina: lo stretto sentiero per una terza via

ucrainaRoma, 23 feb – Aldo Moro venne ucciso per le scelte politiche estere ed energetiche che aveva intrapreso e in particolare per l’accordo strategico passato con i palestinesi.

La sua pelle la volevano Kissinger, gli israeliani, i francesi e gli inglesi.

Ergo, per un osservatore lontano nello spazio e nel tempo, Moro è un martire e le persone per bene dovevano stare con lui.

Osservando più da vicino si scopre però che il leader democristiano era il principale alfiere del Compromesso storico e promuoveva quella coalizione di governo e di sottogoverno che i fascisti e perfino gli anticomunisti li perseguitava, li massacrava e che volentieri li avrebbe impiccati. Il suo padrino era papa Montini, regista del Concilio Vaticano II, che aveva avuto un ruolo di rilievo nelle congiure contro l’Asse. Ergo: nessun fascista avrebbe potuto sostenere Aldo Moro a meno di essere masochista e insano di mente.

Perché parlo di Aldo Moro oggi? Solo per fare un parallelo che ci aiuti a comprendere quel che accade in Ucraina e come sia assurdo prendere una posizione manichea per esclusivo ragionamento energetico o geopolitico.

In Ucraina i sovietici fecero carne da porco massacrando sette milioni e mezzo di persone e determinando una migrazione russa e russofona nell’est del Paese, oggi etnicamente e linguisticamente diviso.

L’Urss ha ereditato dalla Russia Zarista l’idea che l’Ucraina sia una sua provincia, gli ucraìni invece si considerano Nazione.

Dopo l’implosione dell’Urss e della successiva Csi, le due concezioni permangono e si oppongono.

La minoranza russofona che oggi – o forse è opportuno dire fino a ieri – ha le mani sul governo, è particolarmente arrogante, si riconosce nella continuità della nomenklatura comunista, si nutre di retorica bolscevica, è prepotente. Le statue degli eroi nazionali ucraìni sono state divelte e plasticate.

Gli ucraìni si sentono minacciati dalle ingerenze russe (o quantomeno da quelle dei partigiani russofoni) e cercano sponda in Occidente. Sicché Soros finanziò la “rivoluzione arancione” che era così poco consona allo spirito profondo degli ucraìni che riuscì a fallire miseramente fino a far scegliere, anche da una parte dell’elettorato nazionalista, alle elezioni successive un governo russofono che si presentava come moderato ma che presto tradì le promesse.

Oggi siamo in piena guerra mondiale scatenata sulle arterie energetiche.

In questa guerra mondiale si vuole paralizzare la pipeline naturale che l’Ucraina rappresenta come congiunzione tra Russia ed Europa.

Alle prepotenze stupide di una minoranza filo-moscovita, probabilmente molto più intransigente di quanto lo sia lo stesso Cremlino, hanno fatto seguito i cerini sulla benzina accesi dal pianeta Soros, con tanto di fondazioni democratiche e di contractors angloamericani e isrealiani.

Lo scopo: la guerra civile e la divisone dell’Ucraina in due Stati.

Si può evitare?
Solo se si dà vita ad una lunga e corretta trattativa, che poi è quello che sembra aver deciso Putin, stanco dell’esuberanza infantilistica dei suoi ultrà locali. Una trattativa alla quale dovrebbero partecipare Francia, Germania e Polonia. Ovverosia i partners principali della politica e dell’economia eurorussa che Putin non ha ancora accantonato, per nostra fortuna.

Trattative difficilissime ma non impossibili.
Ora, il ruolo dei nazionalisti ucraìni, ai quali non può non andare la nostra simpatia, la nostra solidarietà e la nostra partecipazione, diventa delicato e decisivo.

Si tratta di denunciare la manovre di Soros e dei suoi fratellastri e di scalzarne le ingerenze con opera assidua di sorveglianza e d’inchiesta.

Si tratta di rivendicare il nazionalismo ucraìno e la non negoziabile indipendenza nazionale ma, al tempo stesso, di accogliere la necessità di un rapporto privilegiato con la Russia, sia per ragioni economiche ed energetiche, sia per prospettiva di divenire storico, sia perché, dal punto di vista dello scontro di civiltà e di cultura che oggi contrappone Mosca e l’Occidente, l’Ucraina è nello stesso campo di Putin e non può cambiarlo in nessun modo senza mutar pelle e anima.

Un compito delicato ma essenziale, il loro. Il nostro invece è quello di abbandonare le categorie del tifo e anche quelle dell’astrazione teorica per raggiungere un’empatia reale con chi ci è idealmente ed antropologicamente affine e per dare il nostro piccolo contributo nella giusta direzione. Per paradossale che sia (ma ogni scelta essenziale nasce nel paradosso) questa è per l’indipendenza ucraìna nella collaborazione ferma con la Russia di Putin.

Et et, non aut aut.

Ce la si può fare.

Gabriele Adinolfi

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