harlock_film3dRoma, 2 gen – Che manga e anime giapponesi, anche quando parlano di temi apparentemente anodini come la pesca, il calcio o la pallavolo, rappresentino una forma di bushido popolare, una sublimazione di istinti eroici altrimenti negati al popolo del Sol Levante dai tempi della sconfitta militare del 1945 è cosa nota. Così come è risaputo che, persino in questo contesto, la figura di Capitan Harlock rappresenta un caso a sé, dove i riferimenti irriducibili al pensiero dominante in Occidente sembrano più espliciti, più netti, più consapevoli.

messerVedasi, a tal proposito, l’endorsement più che esplicito di Waga Seishun no Arcadia, ovvero L’Arcadia della mia giovinezza, il lungometraggio del 1982 nel cui prologo Phantom F. Harlock II, discendente di Phantom Harlock I e antenato di Capitan Harlock, è descritto niente di meno che come un pilota di Messerschmitt Bf 109 sotto le insegne della Luftwaffe nella Germania del 1945, con tanto di croce uncinata sul velivolo. E che dire di Harlock Saga, riedizione della titanica tetralogia wagneriana in chiave futuristica?

Ovvio, allora, aspettarsi grandi cose da Harlock: Space Pirate 3D, ennesima rinascita del pirata spaziale, stavolta con l’ausilio della più avanzata computer grafica. E, in effetti, il film in questi giorni nelle sale presenta una potenza visiva davvero notevole, accentuata da un uso del tridimensionale assolutamente raffinato. Un dato, questo, non solo estetico e comunque per nulla neutrale, posto che la fascinazione faustiana e archeofuturista messa in opera dagli autori del film sembra davvero pregna di rimandi tali da imbarazzare seriamente lo spettatore capitato in sala per caso cercando l’ultima pellicola di Rocco Papaleo e viceversa decisamente ammiccanti per un pubblico di opposta sensibilità.

Shinji Aramaki
Shinji Aramaki

Vero è, semmai, che tale impatto visivo viene per lo più ottenuto seguendo la via più facile: esplosioni, accelerazioni supersoniche, fasci di luce, battaglie titaniche fra le galassie. Tutto davvero esaltante, ma in qualche modo già privo del contraltare agrodolce offerto da quello spleen così caratteristico dell’originale, col suo romanticismo delicato e a tratti struggente. Insomma, in Harlock: Space Pirate 3D c’è più Filippo Tommaso Marinetti che Caspar David Friedrich. La ragione è presto spiegata: il film, infatti, taglia del tutto fuori Leiji Matsumoto, creatore del personaggio, e si affida a Shinji Aramaki, lider maximo del genere mecha e quindi più portato ad affidarsi all’espressività di esoscheletri futuribili che ai paesaggi esistenzialisti dello spazio profondo.

Poco male, di per sé, se non fosse che la semplificazione dell’estetica tradisce – soprattutto nella seconda parte del film – anche una certa banalizzazione del messaggio, che appare (dichiaratamente, a leggere le interviste degli autori) pensato per sedurre Hollywood, con tutto quel che ne consegue.

La prima parte della pellicola, tuttavia, è davvero un concentrato di potenza. Già la prima didascalia, che ambienta la storia in un futuro molto lontano o, chissà, in un passato remoto, sembra fatta apposta per richiamare una certa sfericità wagneriana del tempo. “Suonava così antico, eppure era così nuovo”, recita un celebre verso dei Maestri cantori di Norimberga. Il contesto “geopolitico” del racconto vede gli abitanti della Terra di fatto espulsi dal proprio pianeta di origine dalla Coalizione Gaia, che ha trasformato il globo terrestre in una sorte di santuario a cui è proibito accedere. La Coalizione è un governo universale costituito da personalità provenienti da ciascun pianeta per porre fine alla Guerra del ritorno a casa. Si tratta di una sorta di Senato oligarchico che ricorda vagamente l’Onu, una sorta di Forza del bene a cui, ovviamente, solo il pirata dello spazio si contrappone, vagando fra le stelle con la sua Arcadia, nave spaziale per metà magica e per metà iper-tecnologica che per potenza, velocità e aspetto atterrisce i nemici (e gli spettatori).

Harlock appare qui nichilista, cupo, taciturno, già sovrastato dalla sua fama leggendaria. È il capo assoluto della sua ciurma, che lo segue ciecamente anche quando non ne capisce il motivo, affidandosi al sacrosanto comandamento per cui “se lo ha detto il capitano un motivo ci sarà”. Sull’Arcadia – a cui si accede previa selezione “spartana” dell’equipaggio – si respira un’aria piratesca, marziale ma con qualche punta di spirito scanzonato. Per l’umanità decadente c’è un malcelato disprezzo e più d’uno ripete di essere capitato a bordo per il fatto di non avere più una casa dove andare, un po’ all’insegna del “la mia patria è laddove si combatte per la mia idea”. L’Arcadia incarna la scelta della vita di militia, il “passaggio al bosco”. L’Arcadia è la patria dei senza patria.

Harlock- Space PirateTutto il film è permeato di una sorta di nostalgia nei confronti della Terra, di dolore per questo sradicamento originario. Non a caso, la Terra è spesso chiamata “il luogo natio”: essa rappresenta l’Origine. Harlock, tuttavia, si rapporta alla questione in modo tutt’altro che “reazionario”. Anziché sognare un impossibile ritorno a casa teorizza eroicamente il taglio del nodo di Gordio: si tratta di far saltare i nodi temporali e far collassare l’universo per resettarlo e ripartire da un nuovo inizio, anche a costo di sacrificare la vita propria e dell’equipaggio, così come del resto dell’umanità tutta.

Una fuga in avanti tragica, faustiana, i cui echi zarathustriani e persino heideggeriani sono evidenti: posto che c’è stato un oscuramento del mondo, si tratta di scardinare il corso del tempo e dar vita a una rigenerazione della storia. Indietro non si torna, l’unica Origine è il Destino.

A cambiare il corso degli eventi ci pensa però Yama, il “novellino” dell’equipaggio che, si scoprirà dopo poco, è in realtà il fratello di Ezra (!), uno dei leader della flotta di Gaia, salito sull’Arcadia per fare il doppio gioco e uccidere il capitano, salvo immancabile conversione. Con i suoi psicodrammi, i suoi dubbi morali, la sua continua e ingenua ricerca del “Bene”, Yama è decisamente il personaggio più “americano” del film. Il suo conflitto con il fratello è roba da soap opera con una spruzzatina di Star Wars, il suo essere continuamente deus ex machina della narrazione è scontato e ripetitivo.

fioreAlla fine sarà proprio questo spaurito boy scout intergalattico a cambiare i piani di Harlock, trasformando il titanico e un po’ pazzoide progetto originale nella più modesta e conservatrice difesa della Terra, nella quale – ha scoperto Yama nel frattempo – crescono di nuovo i fiori: segno della vita che rinasce. Anche di fronte ai dubbi tragici dell’ultimissimo minuto di Harlock, Yama opporrà le ragioni della difesa del pianeta: lì ci sono i fiori amati da sua madre e dalla sua defunta amata. Il patetismo piccolo-borghese, il dramma familiare da sceneggiato tv ha così la meglio sulla follia visionaria di Harlock.

Il regressivo “fiore azzurro” di Novalis ha vinto sulla logica istoriale di Gottfried Benn, per il quale – con parole che non sarebbero dispiaciute al capitano dell’Arcadia – «non si torna indietro in una interiorità tedesca che forse è stata bellissima, ai fiori azzurri e all’idillio […]. C’è solo l’avanti, nel segnare i nuovi confini del potere, là dove altri non sono arrivati o dove sono caduti […]. C’è soltanto lo spirito e il destino, la religione senza dèi, oppure i nuovi dèi: forma e disciplina». L’eroe che non ha amici, non parla e si relaziona solo con il cuore tecno-magico della sua astronave e con l’eterea Mime, della stirpe dei Nibelunghi (!!), segna quindi il passo di fronte al più mediocre dei drammi individuali, sia pur fra mille tentazioni di potenza continuamente riemergenti.

Malgrado l’involuzione evidente tanto dal punto di vista strettamente narrativo quanto, soprattutto, da quello ideologico, un barlume di fuoco prometeico emerge infatti fin negli ultimissimi fotogrammi, quando la voce fuoricampo ci dice che nonostante tutto l’Arcadia sceglie di andare avanti e più avanti ancora, verso dove nessuno lo sa. A quel punto partono i titoli di coda e ci si alza dalla poltrona del cinema con un retrogusto amarognolo per quel che avrebbe potuto essere e non è stato, ma anche con la consapevolezza che il conflitto fra la prima e la seconda parte del film è probabilmente già tutto interno a una dialettica ideologica “sovrumanista” che sfugge completamente al nostro ipotetico fan di Rocco Papaleo capitato per caso in sala. Il quale andrà comunque a casa con la sensazione di essersi affacciato, per 115 minuti, su un immaginario “altro” nel quale risuonano echi inconsci di abissale dissonanza. Di questi tempi poco non è.

 Adriano Scianca

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