Cortemaggiore (Pc), 17 feb – Le rassicurazioni di prammatica, le certezze sul mantenimento del sito produttivo e, allo stesso tempo la sua progressiva – lenta e costante – dismissione fatta di piccoli movimenti, quasi impercettibili ma sufficienti per far capire quale sarebbe stato l’andazzo. Se si parla di delocalizzazioni, può sembrare che sia la storia di una qualsiasi multinazionale sbarcata in Italia qualche anno fa e decide, nonostante le promesse su investimenti e posti di lavoro fatte all’inizio, di chiudere e riaprire all’estero. In effetti è, in parte così. Peccato che la multinazionale non sia straniera e, soprattutto, sia di proprietà pubblica. E che proprietà, dato che si parla di Saipem, realtà storica del panorama industriale italiano, che ha deciso di chiudere il sito di Cortemaggiore (provincia di Piacenza), proprio laddove fu trovato il primo petrolio del nostro paese, per trasferirsi armi e bagagli in Romania.
Fino al dicembre dell’anno scorso Saipem aveva traccheggiato sulla presenza nel comune piacentino, sempre meno legato alla sua storia dopo la chiusura anche della scuola di formazione di Eni che della stessa Saipem è ancora azionista di maggioranza, dopo la cessione del 14% della propria quota a Cassa Depositi e Prestiti, con oltre il 30% delle azioni. Da allora, spiegano dalla società, con il crollo nei valori del petrolio e il sostanziale calo nelle nuove trivellazioni si è reso necessario aggiornare il piano di risparmi da 1.5 miliardi varato lo scorso. Da qui la scelta di dismettere il sito di Cortemaggiore, dal quale nel frattempo è stato anche rimosso il logo presente sui capannoni mentre buona parte dei macchinari ha già da tempo preso la via dell’estero, verso paesi dell’est. Degli oltre 100 lavoratori che fino a pochi anni fa ruotavano nella città della bassa piacentina ne rimarranno solo sei, abbastanza per perdere tutte le competenze necessarie al mantenimento di una qualsiasi produzione, oltre che mettere una seria ipoteca sull’intercettazione di nuove.
“Il rammarico è relativo al fatto che privilegiando siti esteri vedi Rijeka e Ploiesti, per posizione geografiche più baricentriche alle attività Saipem, il ritorno di commesse favorevoli a Cortemaggiore non garantisco la ripresa dell’attività vista la smobilitazione e che quindi si auspica un impegno di tutti gli attori sociali del territorio per la ripresa”, spiegano i sindacati, intervenuti ieri ad un incontro con Confindustria e rappresentanti dell’azienda. Più duro Matteo Rancan, consigliere regionale della Lega Nord: “Sempre peggio. “La parola del PD vale quanto un PETO!” VERGOGNA!”, scrive sul suo profilo facebook, citando le parole utilizzate ieri in aula nei confronti dei dem dal capogruppo del Carroccio, Gian Marco Centinaio. L’ira della Lega deriva dall’atteggiamento del deputato Paola De Micheli, anche lei piacentina e sottosegretario all’Economia, che fino a pochi mesi fa si diceva sicura delle scelte di Saipem: “Nessuna chiusura in vista per la Saipem di Cortemaggiore, basta con allarmi infondati”, aveva perentoriamente affermato non più tardi della scorsa estate.
Una discreta capacità divinatoria, quella della De Micheli. E che, al netto di battute e facile ironia, traccia un’ombra sulle scelte dell’esecutivo: se anche le aziende pubbliche delocalizzano, che razza di politica industriale è mai questa?
Filippo Burla

2 comments
……che razza di politica industriale è questa? Chi ce lo spiega? Se delocalizzano le industrie di Stato, dobbiamo attenderci che si delocalizzerà anche il Parlamento? Si può sapere dove?
È colpa di Mussolini !!!!
Questi fascisti e la loro dittatura , ma tra poco arriva il 25 aprile e saremo finalmente un paese libero !!!