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L’irresistibile tentazione dell’accusa di fascismo “ad minchiam”: il caso Le Pen

by Adriano Scianca
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Roma, 28 apr – Non ci libereremo mai dell’accusa di fascismo “ad minchiam”. Nel linguaggio politico e giornalistico corrente, per esempio, Marine Le Pen è ormai qualificata tout court come “fascista”. Non è un’iperbole, una provocazione, un insulto. Vorrebbe essere un termine descrittivo: al ballottaggio delle presidenziali francesi ci sono un candidato della sinistra riformista e una fascista. Dicono fascista come potrebbero dire bionda: un’evidenza che non ha bisogno di spiegazioni. Michele Serra, per esempio, ha rimproverato Mélenchon perché, rifiutandosi di scegliere tra Le Pen e Macron, dimostra di mettere sullo stesso piano “mercatismo” e “fascismo”. Perché è ovvio: essendo il fascismo “male assoluto” per definizione, nessun “male relativo” può reggere il confronto. È quindi ovvio che, qualsiasi difetto si abbia la bontà di riconoscere all’ex pupillo Rothschild, andrà comunque votato per un obbligo morale.

Ma ha davvero senso definire Marine Le Pen come fascista? La leader del Front national è nata nel 1968, ovvero 23 anni dopo la fine della guerra, quindi non può essere fascista in senso stretto. Ma è ovvio che si ritiene abbia assorbito il fascismo dall’eredità genetica paterna. Insomma, è fascista perché lo era il padre. Spostiamo quindi la domanda: è davvero fascista, Jean-Marie Le Pen? Lui, a differenza della figlia, il periodo dei fascismi ha fatto in tempo a viverlo, essendo nato nel 1928. Era giovanissimo, certo, ma non più di tanti che nella fase finale del conflitto imbracciarono le armi, da una parte e dall’altra. Anche il giovane Le Pen pensò di schierarsi: nel novembre del 1944, sedicenne, chiese di entrare nelle Forces françaises de l’intérieur (FFI), cioè nella… Resistenza. Fu rifiutato perché troppo giovane e “pupillo della nazione” (cioè orfano di guerra). Ebbene sì, il “fascista” Le Pen voleva fare il partigiano.

Estranea a qualsiasi legame con il fascismo storico, Marine viene allora accusata di voler comunque replicare il programma di quell’esperienza storica. Cioè, in sostanza, si ritiene sensato sostenere che il Front national, nel 2017, voglia andare al potere e sciogliere i partiti, introdurre il monopartitismo, lo stato corporativo etc. Per sostenere una cosa del genere, tuttavia, servirebbe almeno qualche prova concreta che non siano i resoconti allucinati dei nostri inviati a Parigi, distratti con fastidio dai vernissage per dover raccontare questa scocciatura delle elezioni. Ma a chi chiede argomenti, prove, contenuti, si risponderà che anche il fascismo, all’inizio, si impose per via democratica. Non se ne esce.

La realtà è che no, in nessun senso possibile Marine Le Pen va considerata fascista. La cosa può rassicurare o deludere, a seconda dei valori di riferimento di ciascuno, ma questo è. Ciò che Marine propone – rispetto all’immigrazione, al terrorismo, alla globalizzazione – è, al massimo, puro buonsenso. Ma spacciare il buonsenso per fascismo significa voler affermare che, in democrazia, solo la follia ha corso legale. Una follia suicida.

Adriano Scianca

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