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Roma, 28 apr – Dopo Trump e dopo la Brexit, una qualche timida autocritica del ceto intellettual-giornalistico aveva cominciato a farsi largo: forse, aveva balbettato qualcuno, c’è un pezzo di mondo che ci è sfuggito, forse sta accadendo qualcosa che non avevamo preventivato, forse il cammino del progresso è più tortuoso di quanto pensavamo. Sono bastate le elezioni olandesi e, ancor più, quelle francesi, per gettare tutto alle ortiche. In questi giorni, sui principali quotidiani e sulle tv, è tutto un festeggiare e gioire per la sconfitta di quei quattro buzzurri sdentati che votano nazismo, sui quali la ragione ha trionfato ancora una volta.

Michele Serra, per esempio, tesse un’ode allo spirito della metropoli cosmopolita. New York, dice, ha rifiutato Trump così come Parigi ha rifiutato la Le Pen. C’è ancora del buono, in questo mondo, è sta nelle città borghesi. Ora, quand’anche si detestasse la Le Pen, forse il fatto che tra Parigi e il resto della Francia il suo risultato abbia fatto registrare una differenza di 16 o 17 punti percentuali potrebbe suscitare riflessioni un filino più intelligenti. Una capitale – e la capitale della Francia iper-centralista ancora di più – dovrebbe anche avere funzioni di rappresentanza del resto della nazione. Se invece vive in una bolla, staccata dalla vita di milioni di concittadini, forse la cosa può dar da pensare. Si può anche gioire per l’adamantina coscienza democratica della capitale, ma magari si potrebbe fare qualche considerazione sull’ottica falsata di chi vuole raccontare la Francia senza smuoversi da sotto la Tour Eiffel.

Gianni Riotta, in ogni caso, ha fatto di peggio, riconducendo lo scontro tra “populismo” e “liberalismo” a quello tra incolti e colti, illetterati e letterati, ignoranti ed eruditi. Ci sono certamente dei dati a suffragare queste tesi. Dati che, forse, sarebbe il caso di leggere con meno compiacimento e più spirito critico. Anziché sprecare un editoriale per dire “siamo più belli e intelligenti, pappappero”, si poteva ragionare sulle storture di un sistema che non sa dare speranza ai più poveri, ai meno istruiti, ai più svantaggiati. Per almeno un secolo e mezzo, la cura di questa parte della popolazione ha ossessionato la politica, oggi va di moda un nuovo darwinismo sociale per cui più ricco e più istruito è uguale a migliore. Riotta, peraltro, sottovaluta il grado di conformismo e persino vera e propria stupidità che alligna nei settori più “istruiti” della società. Lì, dove tutti leggono gli stessi libri, dicono le stesse cose, vedono gli stessi film, educati sin dai licei e dalle università, poi dai grandi giornali e dalle autorità morali varie ad appiattirsi su un’opinione generale semicolta. Davvero aver letto L’eleganza del riccio determina una qualche superiorità etica rispetto a chi vede l’Isola dei famosi (o il suo equivalente francese)? Opporsi alla volgarità di massa e all’idiozia generalizzata è un’ottima cosa. Ma la riscossa della cultura non arriverà dagli altezzosi e supponenti esponenti di quella che Schuon chiama “la stupidità intelligente”.

Adriano Scianca

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