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Roma, 28 ago – Ad Achille Lauro non bastava essere assurto al gotha della celebrità musicale italiana dopo l’ultima edizione del Festival di Sanremo, no: ora ha deciso di darsi pure alla pubblicità progresso. E lo fa sposando la causa dell’impegno sociale, facendo suo il messaggio dell’Ospedale Spallanzani affinché i giovani rispettino le misure di distanziamento sociale e indossino le mascherine. «Ascoltiamo lo Spallanzani» dice il rapper in un video «il futuro è nelle vostre mani». Meraviglioso. Siamo così ormai passati da generazioni di artisti che predicavano il no future alla bacchettona consapevolezza sociale. Rigorosamente in assenza di qualsivoglia forma di coerenza.

Covid pericoloso, droga fondamentale

Quindi Achille Lauro è davvero lo stesso rapper che ha dichiarato «io scrivo solo ed esclusivamente sotto l’effetto di stupefacenti» nel pieno della conferenza stampa in cui ha presentato il suo album Pour L’Amour? «La droga è assolutamente fondamentale per la nostra creatività, oltre che per la nostra ispirazione musicale», spiegava tra le risate dei presenti in sala, lanciandosi in una raffinata descrizione delle modalità di assunzione delle sostanze stupefacenti, spiegando così il micro-dosing. Correva l’anno 2018. Non il 1995. Non il 2005. Solo due anni fa. Certo, si cambia nella vita ma le sue stesse esibizioni al festival di Sanremo di quest’anno sono state contraddistinte da uno spirito di (presunta) trasgressione, che comunque flirtava in modo esplicito con un mondo artistico in cui l’essere salutisti è da sempre visto come paradigma di borghese bigottismo.

Tanto salutismo per un po’ di pubblicità

E quindi? E quindi ci sembra, piuttosto, che l’impegno sociale non sia frutto di una illuminazione sulla via di Damasco ma solo una tardiva scoperta dettata da fattori  meramente pubblicitari. In un momento storico in cui la narrazione è tutta volta a santificare un’esistenza libera non tanto dalle malattie – di cancro, infarto, ictus e altre infezioni si può morire con tranquillità – ma libera dal coronavirus. D’altronde di rockstar impegnate in cause politicamente e socialmente schierate è lastricata la strada dell’inferno: dall’epoca dei Live Aid in favore dell’Africa, scandali finanziari annessi, fino ai giorni nostri in cui rocker e rapper da sempre molto sensibili a una estetica o a una «poetica», chiamiamola così, libertina ed esplicitamente ammiccante alla droga e a stili di vita non proprio salubri si riscoprono salutisti di ferro, arrivando a consigliare ai loro sostenitori di uniformarsi alle varie disposizioni sul distanziamento sociale – da accettarsi sempre acriticamente.

Altri esempi illustri

Vogliamo parlare di J Ax, che in una sparata populista socialmente impegnata nei primi di agosto ha consigliato ai ragazzi di non fare come i politici e di indossare sempre la mascherina? Basta una rapida lettura di molti dei testi degli Articolo 31, della sua carriera solista e delle interviste in cui ha ripercorso il suo stile di vita per farsi venire qualche dubbio. Del resto, è sotto gli occhi di tutti, la trasgressione posticcia è equivalente all’impegno sociale telecomandato: entrambi sono frutti del capitalismo.

Oppure prendiamo Vasco Rossi, risvegliatosi anche lui come feroce contestatore dei «negazionisti del virus», invitati gentilmente «a fottersi» mostrando un assai esplicito dito medio. Salvo poi farsi beccare a pranzo senza mascherina con Scanzi, proprio lui, che si era subito affrettato a offrire il proprio endorsement al salutismo del rocker emiliano. Ma pretendere coerenza da Scanzi è come chiedere a un infermo di camminare: ricordiamoci che mister «Io la mascherina la uso SEMPRE, anche quando non si dovrebbe utilizzare» si era fatto immortalare con Di Maio e compagnia bella durante una cena, rigorosamente sprovvisto di dpi. Del resto lo stesso Scanzi a fine febbraio si riprendeva in un significativo video in cui irrideva chiunque sembrasse palesare preoccupazione per il virus. Erano in fondo quelli i magici tempi del coronavirus rubricato come «una banale influenza» da una certa parte politica.

La coerenza non è di questo mondo, lo si sa, e chi vi scrive non ha la pretesa di trarre paragoni tra gli artisti «maledetti» del passato, quelli che spesso morivano giovani e devastati nella salute, e i loro eredi contemporanei – soprattutto perché almeno i primi possono essere definiti artisti. Ma che Rossi, il quale non ha mai fatto mistero dell’aver sperimentato qualunque droga, se la prenda con chiunque che, lungi dal negare il virus, si limita a sostenere una narrazione diversa, è piuttosto curioso.

Cristina Gauri

2 Commenti

  1. Invece di apprezzare tutti questi artisti che dimostrano attenzione e sensibilità verso questo tema, e lo fanno soprattutto attraverso i social arrivando immediatamente a quella fetta di utenti ultimamente più a rischio, tu che fai? spari a zero tirando il ballo il loro passato che , inserito in questo contento, è decisamente fuori luogo.Conosciamo tutti il passato di Lauro ma vediamo anche il cambiamento, cosa che bacchettoni e persone pronte ad etichettare e giudicare, non vedono, per non parlare di Vasco, ormai più che sessantenne, trovo buffo che ci siamo persone che ancora ne parlano come fosse un trentenne alle prese con problemi di droga. Scusami ma sei ridicola.

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