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europaRoma, 16 apr – Seconda puntata della nostra inchiesta sull’Europa. Al primo articolo del tedesco Philip Stein  fa eco il presente commento di Gabriele Adinolfi. Seguiranno altri interventi. [IPN}



Che l’Institut Iliade non solo esista ma che lo faccia unendo dinamismo e qualità riuscendo a coinvolgere numeri altissimi (oltre mille paganti per un convegno) è una delle migliori notizie degli ultimi anni. Tanto buona che nell’edificazione del progetto europeo che guido e che è tripartito (think tank, esistenzialismo militante, economia) ho tenuto a chiarire immediatamente la volontà di collaborare con esso in modo organico e rispettoso. Iliade ha tra gli altri pregi quello di concentrare le energie migliori e di dar loro una visibilità ancor maggiore a quella che hanno in patria o, comunque, in Europa com’è il caso del tedesco Philip Stein, il cui testo riassunto su Primato che esprime una tesi che potremmo definire di rottura, ma che ricalca appieno la linea di Iliade, verrà pubblicato in Francia dalla rivista Krisis vicinissima ad Alain de Benoist.

Black Brain

Tesi di rottura, dicevamo, che si può riassumere in “basta con i nazionalismi del passato, facciamo l’Europa!”. Condivido la critica che Stein ha mosso ai sovranismi nazionalpopulisti e che ricalca perfettamente quella che il 23 marzo a Milano nell’ultimo incontro di Polaris ha articolato Gérard Dussouy, autore di Fondare lo Stato europeo contro Bruxelles, edito in Italia da Controcorrente. Non solo condivido quella critica ma tiro infine un sospiro di sollievo nel notare che quanto affermo fin dal 2002, spesso da solo contro le convinzioni di un intero ambiente, sta prendendo piede. Se prende piede è per tre ragioni: la prima è perché è rimasta una Fede e direi una Fedeltà all’Idea che infiammò i popoli e i guerrieri nel Secolo Breve e che si chiamò Europa né potrà mai chiamarsi altrimenti. La seconda è che la reazione, come ogni reazione, ha sempre le gambe corte perché la storia c’insegna che non torna mai indietro e che ogni tentativo di fermarla si rivela un acceleratore della decadenza. Non va fermata, bisogna cambiarla di segno. Questa è la lezione che abbiamo ricevuto ininterrottamente fin dai tempi di Cesare mentre ogni Santa Alleanza che vuol restaurare il passato fa gli interessi dei Rothschild. Sicché chi gioca allo sfascio della Ue – che nessuno intende qui difendere – si trova immancabilmente, come chi si oppose a Napoleone o come le destre antimussoliniane, a cantare il coro delle banche angloamericane sullo spartito del Cfr. Infine esiste un terzo motivo, non sempre confessato perché si ha sempre più paura di usare termini quali stirpe, ed è che negli attuali rapporti demografici e con le continue minacce biologiche non si può trovare la forza per fare perno se non la si ricerca nella profondità dei tempi, nelle origini, nella nostra stirpe, sia nel Mito che nella preistoria.

Una forza ancestrale che si ritrova laddove il passato s’incontra con l’avvenire. Questo significa finirla con lo spirito risorgimentale, con l’italianità, con la Nazione? Assolutamente no, a mio parere è, anzi, l’unico modo per far risorgere tutto ciò dopo che è stato mandato a morte per settantatré anni. La Nazione non è solo un fatto di confini e men che meno di istituzioni, le precede di gran lunga. L’italianità si riconosce almeno otto secoli prima dell’Unità e, se andiamo più a fondo, non riusciamo neppure a definire esattamente quando essa si sia manifestata, esprimendo una versione greco-mediterranea del protogermanesimo latino e un’interpretazione della Romanitas che fu ed è sinonimo di Ius, di Imperium, di Civiltà e di Europa. Nell’era dei satelliti che hanno prodotto l’effetto tempo-zero, che hanno imposto un Nomos nuovo alla geopolitica che ne ha sconvolto i canoni, nell’era globale e dell’esplosione demografica, non è possibile concepire alcuna Sovranità che non sia connessa ad uno spazio vitale, ad una forza demografica coordinata in unità militare, monetaria e fiscale ma anche e soprattutto ad una gestione satellitare.

Quindi se di Sovranità dobbiamo parlare la dobbiamo fondare e solo a livello d’Europa questo è possibile. Il punto è che nel fare l’Europa dovremo abbandonare i pregiudizi democratici del federalismo e dell’intesa tra governi. Non tutto si equivale: il peso storico e quello materiale di ogni componente non vale quello di ogni altra. Pertanto dovremo essere così presenti a noi stessi nel rivoluzionare l’Europa dal farlo seguendo le vocazioni eterne e stabili. L’Europa si fa attorno all’asse romano-germanico, con la coscienza di Roma (quella Antica, non questa) che dà luce al vitalismo tedesco, ancora e sempre nostra quasi unica speranza di sopravvivenza. Un asse che si dispiega nella filosofia greca che la Romanitas ha fatto propria. E che si deve affermare in una forma che non sia né federale né ottocentesca, bensì nella logica dell‘Imperium, che sottende unità inscindibile ma anche piene autonomie che soddisfano i singoli popoli a prescindere dalle istituzioni formali.

Nella concezione imperiale l’indipendenza degli individui, delle comunità, delle regioni e delle nazioni vengono esaltate. A questo ho dedicato un saggio della collana “Orientamenti & Ricerca”, appunto L’Europa che affronta in modo sistematico cosa programmare e come agire e il primo dei Quaderni Lanzichenecchi, appunto Imperium in quattro lingue. Solo l’Europa Impero ci restituirà anche l’Italia. Per queste ragioni, sostenendo per grandi linee Stein e Dussouy e prima ancora Drieu La Rochelle, Adriano Romualdi e Jean Thiriart, invito a smetterla di attaccare la Germania e di confonderla con tutta la Ue. Essa è la sola potenza in potenza che ci può permettere di riaffermare il nostro diritto a sopravvivere e, perché no, a dominare ed è l’unico fulcro possibile per una leva d’emancipazione dagli Stati Uniti, altro che la Russia che tutt’al più si barcamena e che dev’essere convinta, io direi costretta, a divenire appendice dell’Europa invece che garante dell’equilibrio di Yalta.

Questo non significa che non dobbiamo combattere la tecnocrazia della Ue con la scusa che – non ditelo a Salvini e alla Meloni – c’è ben di peggio, al contrario, questo è un appello ad arruolarsi proprio sulla linea del fronte, a rivoluzionarla, l’Europa, e a cacciare i Proci che banchettano vicino ad Aquisgrana. Solo che non si combatte qualcosa dicendole No, la si combatte affermandone un’altra e, si badi bene, non come alternativa ma come unica possibilità. Sta agli altri essere la nostra alternativa, sta agli altri scegliere la reazione. Di qui la mia scelta simbolica, laddove quasi tutti mettevano una X sulla bandiera della Ue come per il divieto di fumo io ne ho fatta disegnare un’altra in cui le stelle formano una celtica. Per attaccare sì, ma davanti.

Gabriele Adinolfi

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