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Roma, 7 lug – Tutti i buonisti d’Italia che predicano l’accoglienza, da oggi hanno un’occasione imperdibile: potranno finalmente ospitare un immigrato in casa loro. Merito dell’assessore milanese al Welfare, Pierfrancesco Majorino, che da tempo cerca di mettere gli immigrati nelle case dei suoi concittadini. Nel dicembre del 2015 aveva lanciato la campagna “Un rifugiato in famiglia”. Risultato: in due anni era riuscito a piazzare solo 5 richiedenti asilo, nonostante i 400 euro mensili sganciati dal Comune. Ora ci riprova con il portale Open Homes Rifugiati, realizzato da Airbnb con la collaborazione di Refugees Welcome Italia e Comunità di Sant’Egidio, presentato due giorni fa a Palazzo Marino.



Come funziona il nuovo servizio? Semplice: le ong accedono ad Airbnb e verificano i posti preventivamente indicati come adatti allo scopo e messi a disposizione gratuitamente. Chiunque desideri, già host oppure nuovo ad Airbnb, potrà condividere i propri spazi con gli immigrati candidandosi all’indirizzo airbnb.it/welcome/refugees. Airbnb si dice pronta a fornire ospitalità a centomila persone nel mondo nei prossimi cinque anni. In realtà l’obbiettivo sembra piuttosto modesto: una multinazionale valutata 31 miliardi di dollari, che ha raggiunto 10 milioni di notti prenotate in tutto il mondo, che ha tre milioni di alloggi registrati punta a sistemare solo centomila persone in cinque anni, e il tutto su scala globale. Non è quel che si dice pensare in grande.

Ancora meno chiaro, tuttavia, è quante, di queste centomila persone, saranno poveri “autoctoni”. Un homeless milanese può essere aiutato da Airbnb? Un padre separato finito sul lastrico, un operaio licenziato, un giovane precario, un pensionato finito a rovistare nell’immondizia, insomma, tutto l’universo degli umiliati e offesi che non ha neanche un Majorino a sua difesa potrà usufruire delle case messe a disposizione degli host equi e solidali? Oppure costoro non rientrano nelle priorità delle multinazionali brave e buone?

Adriano Scianca



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