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Roma, 3 mar – Nel giugno del 2020, durante i festeggiamenti per la fine del Ramadan, uno shisha bar di Gottinga, in Bassa Sassonia, è diventato un enorme focolaio di diffusione del coronavirus: centinaia di persone contagiate, scuole e centri sportivi chiusi, e un intero palazzone di 17 piani, occupato da migliaia di stranieri in prevalenza rom kosovari musulmani, ribattezzato poi “Corona-Haus”. I veicoli dell’infezione da Covid-19 sono stati i narghilè fumati all’interno dello shisha bar, che peraltro sarebbe dovuto rimanere chiuso per le misure tedesche di contenimento del virus ancora in vigore.

L’uso delle pipe ad acqua (narghilè, shisha, hooka, o bongè), per consumare tabacco aromatizzato e filtrato, è diffuso tradizionalmente nei Paesi arabi e nel subcontinente indiano, ma si è poi esteso velocemente anche in Italia, per diversi motivi. Tra questi, l’aumento della popolazione straniera proveniente dai Paesi in cui il narghilè è di uso comune (circa il 23 per cento del totale, più di 1,2 milioni di persone) e l’aumento degli shisha bar nelle città italiane. Nonostante il notevole numero di utilizzatori, nessun Dpcm e nessuna regolamentazione del ministero della Salute, dedicati al contenimento del coronavirus, hanno disciplinato tale pratica, lasciando la più totale discrezione ai gestori dei numerosi shisha bar italiani, a differenza di quanto è avvenuto in alcuni Paesi arabi dove i governi hanno chiuso tali locali perché memori di ciò che avvenne in seguito alla diffusione dei due precedenti coronavirus, la Mers (Middle East Respiratory Syndrome) e la Sars (Severe acute respiratory syndrome).

Le raccomandazioni dell’Oms ai governi nazionali

Come già stato documentato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), “La natura comunitaria del fumo con pipa ad acqua indica che il singolo boccaglio e il singolo tubo sono spesso condivisi tra gli utilizzatori, specialmente in contesti sociali. Inoltre, l’apparato del pipa ad acqua (compreso il tubo e la camera) può fornire un ambiente che promuove la sopravvivenza dei microrganismi. La maggior parte dei bar tende a non pulire l’attrezzatura del narghilè, compreso il vaso dell’acqua, dopo ogni sessione di fumo perché il lavaggio e la pulizia è laborioso e richiede tempo. Questi fattori aumentano il potenziale della trasmissione di malattie infettive tra gli utilizzatori”. Le ricerche dell’Oms hanno dimostrato che l’uso della pipa ad acqua è associato all’aumento del rischio di trasmissione di agenti infettivi, inclusi virus respiratori, virus dell’epatite C, virus di Epstein Barr, virus Herpes Simplex, tubercolosi, Helicobacter pylori e Aspergillus. Infine, l’Oms evidenzia che, essendo peraltro un’attività che si svolge all’interno di gruppi in ambienti pubblici, l’utilizzo del narghilè aumenta la possibilità di diffusione del Covid-19.

La Convenzione quadro dell’OMS per la lotta al tabagismo ha raccomandato quindi ai governi nazionali di “informare il pubblico sull’elevato rischio di infezione da Covid-19 quando si utilizza la pipa ad acqua, di vietare totalmente l’uso delle pipe ad acqua in tutti gli esercizi pubblici come caffè, bar, ristoranti, senza eccezioni anche se il boccaglio o il tubo vengono cambiati ad ogni singolo utilizzo, di evitare di condividere bocchini per narghilè anche in casa, e di garantire l’applicazione del divieto con adeguate ammende e sanzioni”. Tali raccomandazioni non sono state curiosamente recepite dall’Italia e dall’Unione Europea. Mentre durante il primo lockdown l’Iran, il Pakistan e alcuni paesi arabi come Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, vietarono l’uso del narghilè nei locali pubblici per evitare la trasmissione di Covid-19.

Narghilè e Mers

Nel 2013, tra le cause di diffusione della Mers, l’Oms elencava la pipa ad acqua e consigliava ai clinici, nella redazione dell’anamnesi, di domandare alle persone positive al virus se avessero fumato la shisha nei 14 giorni precedenti all’infezione. Uno studio del marzo 2018, pubblicato su Science Direct e redatto dai ricercatori della King Saud University e dalla Columbia University, ha evidenziato: “Un possibile scenario che potrebbe giocare un ruolo nella trasmissione del virus (Mers, ndr) è il fumo tradizionale della pipa ad acqua. Gli shisha bar nelle città dell’Arabia Saudita (uno dei Paesi più colpiti dalla Mers, ndr) sono stati spostati in aree al di fuori dei confini cittadini che spesso si collocano vicino ai mercati dei cammelli”. Per questo motivo, i ricercatori hanno analizzato i tubi dell’acqua dei narghilè per appurare la presenza della Mers, in diverse regioni dell’Arabia Saudita. Anche se nei campioni raccolti (2.489) non sono state identificate tracce del virus, probabilmente a causa di “un campionamento inadeguato”, lo studio conferma il rischio per la salute pubblica del narghilè e che, per questo, non deve essere sottovalutato: “Per evitare una possibile trasmissione all’interno dei Paesi in cui la Mers è prevalente, si consiglia di sostituire i tubi flessibili riutilizzabili con tubi monouso, oltre ad un’ispezione ravvicinata dei componenti del narghilè per garantire la pulizia e la sanificazione appropriate”. Il rischio di trasmissione di agenti microbici infettivi attraverso le pipe ad acqua, evidenziano i ricercatori, è elevato perché i fumatori tossiscono ed espirano nel beccuccio e l’umidità del tabacco favorisce la sopravvivenza dei microrganismi nel narghilè.

Il mercato del narghilè

Secondo un rapporto appena pubblicato in merito al mercato globale del narghilè, sono nove le società che gestiscono la produzione e la distribuzione delle pipe ad acqua e del relativo tabacco, sei hanno la sede in California, una in Virginia, una in Texas e una in Cina. Nel 2020, il mercato globale del narghilè ha generato un valore pari a 72 milioni di dollari. Secondo il rapporto, il valore salirà a 84 milioni di dollari entro la fine del 2026, con un aumento del tasso composto di crescita annuale pari al 2,3 per cento durante il 2021-2026, nonostante la crisi economica mondiale causata dal coronavirus. Quindi, si può presupporre che, come per quanto concerne le sigarette, sia molto attiva la lobby dei produttori di narghilè che cerca di influenzare i governi nazionali. Sebbene sia una pratica tradizionale e a causa dello sviluppo dell’e-narghilè, sul modello del vaping occidentale, il mercato è in continua crescita.

Uno studio del 2015 pubblicato sul British Medical Journal, riporta che, soprattutto in Medio Oriente, il narghilè ha raggiunto una popolarità allarmante tra i giovani adulti, rimpiazzando addirittura le sigarette come principale fonte di tabacco, mentre un’indagine dell’Università di Pittsburgh del 2017 ha evidenziato che quello del narghilè rappresenta oltre la metà del fumo consumato da giovani adulti (18-30 anni) negli Stati Uniti. Non sono ancora disponibili dati sulla diffusione del fumo di narghilè in Italia, nemmeno un censimento degli shisha bar. Con una semplice ricerca su internet, sono più di una ventina i locali che pubblicizzano il fumo del narghilè a Roma e a Milano. Abbiamo anche contattato i gestori, sia italiani sia stranieri, di alcuni shisha bar e ci hanno confermato che è ancora possibile fumare il narghilè durante l’orario di apertura.

Mancando una direttiva governativa, nessuna ulteriore misura di protezione è stata presa per evitare la diffusione del Covid-19: si continuano solamente ad usare bocchini monouso come in precedenza, che come abbiamo documentato non proteggono l’utilizzatore dal possibile contagio. Il sito italiano di un distributore di shisha, narghilè e accessori dedicati, consiglia ai gestori degli shisha bar di utilizzare tubi monouso (abbiamo già documentato che tale pratica non protegge il cliente dal virus), e di utilizzare dopo ogni fumata un germicida certificato per il corpo centrale, l’ampolla e tutte le parti che non possono essere sostituite, affermando che “probabilmente trattasi, visto il livello del contagio in Italia, di precauzioni eccessive ma hanno un forte impatto psicologico nei confronti dei clienti”.

Il brevetto italiano censurato dal governo

Come abbiamo evidenziato, nemmeno dopo lo scoppio dell’emergenza coronavirus il governo italiano si è mosso per proteggere i cittadini dal possibile contagio causato dall’utilizzo dei narghilè negli shisha bar, nonostante sia venuto a conoscenza delle restrizioni imposte in altri Paesi (con l’Egitto sono stati firmati diversi memorandum di intesa che coinvolgono il ministero della Salute italiano e quello egiziano, e impegnano i due Paesi alla cooperazione anche in merito alle malattie infettive) e nonostante nel 2014 sia stato registrato e certificato come dispositivo medico, inserito nel database del ministero della Salute, un brevetto italiano che potrebbe porre rimedio a questa problematica, evitando peraltro la chiusura degli shisha bar.

Nel 2012, dopo l’allarme lanciato dall’Oms, l’italo-egiziano Fouad Bishay e Alessio Lombardini iniziano le ricerche in merito al mercato globale del narghilè e ai possibili sistemi atti ad eliminare la carica infettiva contenuta nelle pipe ad acqua. L’anno successivo, Bishay e Lombardini fondano la società FB350 e depositano la richiesta di approvazione di un brevetto, da loro sviluppato, riguardante un sistema di filtraggio antivirale, antibatterico e anticancerogeno da utilizzare come protezione quando viene fumato il narghilè, denominato “The Shield filter”. Nel 2014, arriva l’approvazione e la concessione del brevetto dal Wipo (Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale) con il numero di protocollo WO 2014/076597 A2, a cui segue, nel 2015, l’approvazione e la concessione del brevetto numero 0001414867 da parte del ministero dello Sviluppo Economico, Direzione generale per la lotta alla contraffazione, Ufficio brevetti e Marchi.

Nel 2014, inoltre, il ministero della Salute italiano aveva già inserito il filtro della FB350 nel database dei dispositivi medici nella classificazione “Mascherine respiratorie – altre”, con marcatura CE 1.

Come spiegano Bishay e Lombardini, The Shield è basato su un sistema di filtraggio del fumo, progettato e contenuto in appositi boccagli, che offre la massima efficienza con la resistenza più bassa di qualsiasi altra tecnologia disponibile sul mercato. Oltre a proteggere attivamente dalla possibile carica virale e batterica dei narghilè, il sistema brevettato è ideale altresì per altre applicazioni mediche dove è previsto uno scambio di calore ed umidità. Inoltre, il filtro evita che quantità eccessive di monossido di carbonio, metalli pesanti e altri fattori cancerogeni vengano inalate direttamente nei polmoni. Dopo le certificazioni ottenute e l’inserimento nel database del ministero della Salute con marcatura CE, la FB350 ha avviato la produzione dei sistemi di filtraggio in Italia.

Il primo lotto prodotto è stato inviato in Egitto. Un problema doganale per il ritorno in Italia di una parte di quel lotto porterà ad una serie di querelle burocratiche, che si tradurranno in un provvedimento del ministero della Salute: “il divieto di immissione in commercio in Italia e negli altri Paesi dell’Unione Europea del prodotto ‘Bocchino per narghilè FB350” marcato CE come dispositivo medico della ditta FB350”. Il ministero della Salute si è accorto solo dopo diversi mesi dall’inserimento del filtro nel proprio database e solo fortuitamente per un fermo in dogana, che un dispositivo studiato per il fumo non può essere classificato come dispositivo medico. Nel 2019, il ministero della Salute ha eliminato il filtro della FB350 dal database dei dispositivi medici.

Nel 2018, la società italiana ha avviato una causa legale contro il governo egiziano per richiedere una normativa di legge che imponga l’utilizzo del brevetto FB350 in tutti gli shisha bar, in sostituzione degli strumenti utilizzati non idonei alla prevenzione della diffusione dei contagi da virus, come i bocchini monouso. La suddetta causa è ancora in corso, anche a causa dei rinvii dovuti alla chiusura delle Corte Suprema e dei tribunali del Cairo. Inoltre, dopo il termine del primo lockdown in Italia, i titolari della FB350 hanno depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Milano, a carico di alcuni amministratori (sindaci, governatori e consiglieri) e del ministro della Salute Roberto Speranza per negligenza nei confronti della tutela della salute pubblica dovuta alla riapertura dei locali dove si fuma il narghilè, riapertura che non rispetta le disposizioni dell’Oms in materia di prevenzione della trasmissione del Covid-19.

È lecito chiedersi perché il ministero della Salute sia tornato sui suoi passi nel 2019 in merito al filtro FB350 e perché, in piena emergenza coronavirus, il governo abbia permesso la riapertura gli shisha bar, non proibendo il narghilè o almeno prendendo in considerazione il brevetto made in Italy.

Francesca Totolo

 

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2 Commenti

  1. Sei entrata in un ginepraio nel quale ritengono che l’ ozono non serva a nulla perché non possono mangiarci sopra. Sulle vie di trasmissione microbica poi… siamo -tecnicamente e scientificamente-, in alto mare (e sono buono). Comunque sui narghilè, facciamoci le pipe nostre, tradizionali, senza aggiunte, da soli che è meglio! O tra persone sane e non sconosciute! Circa i brevetti (altro mondo indegno),… si pagano in tutti i sensi!!

    • Siccome il prodotto mi ha incuriosito, sono andato a vedere il loro sito…, penoso.
      Comunque c’è un divieto di immissione in commercio COME dispositivo medico, parrebbe quindi che è vendibile come generico. La questione è valutare non tanto il brevetto ma la certificazione di bene medicale, relativamente soprattutto alla classe (non opera solo a contatto con la bocca ma c’è un processo inalatorio, invasivo); ho la netta impressione che la storia vada ad investire l’ ente certificatore…
      Buon lavoro.

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