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dissesto idrogelogicoFirenze, 5 nov – Il 4 novembre per Firenze non è una data come le altre e non solo per le celebrazioni della Vittoria della Prima Guerra Mondiale: in questa data ricorre l’anniversario della tragica alluvione del 1966. Firenze, come il resto d’Italia, quel 4 novembre era in attesa di un giorno di gioia dato che all’epoca si trattava di una vera Festa Nazionale (e in una Nazione normale lo sarebbe ancora) quando, alle 02.30 circa del mattino, l’Arno iniziò improvvisamente a rompere gli argini sommergendo in breve tempo tutta la città, dal centro storico coi suoi tesori architettonici ed artistici di inestimabile valore alle periferie sud e nord.

Il numero dei morti in tutta la Provincia fu di 35 dei quali 17 nella città di Firenze e molti esperti dicono che sarebbero potuti essere molti di più se l’alluvione non avesse casualmente coinciso con le celebrazioni del 4 novembre 1918, facendo sì che molti degli abituali lavoratori non si trovassero in giro ma a letto dentro le proprie case. Devastanti furono anche i danni materiali, la Biblioteca Nazionale fu ricoperta di fango e migliaia di volumi furono distrutti cosi come molte opere pittoriche furono irrimediabilmente danneggiate.

Quest’anno, essendo il 2016, ricorre dunque il 50esimo anniversario di questa terribile tragedia e Firenze si è preparata al ricordo in diverse forme, sia istituzionali che attraverso iniziative di associazioni e privati cittadini. La Giunta Comunale del Sindaco Nardella ha scelto, tra le altre cose, di “inaugurare” la riapertura del Lungarno Torrigiani, che promise alla cittadinanza all’indomani del crollo le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. L’impegno era quello di ripristinare la zona proprio per il cinquantesimo anniversario dell’alluvione e oggi, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella, Nardella e Vannoni (Presidente Publiacqua, la società partecipata che gestisce la rete idrica cittadina contro la quale molti hanno puntato il dito per il disastro) si sono fatti una passeggiata su Lungarno Torrigiani con un codazzo di giornalisti autocelebrandosi per aver rispettato quanto promesso.

Qualcuno potrebbe dunque pensare che è bene tutto quel che finisce bene…ma anche stavolta, neanche per sogno: a tutt’oggi infatti sono ancora ignote ai fiorentini le cause del crollo del Lungarno, così come ignoti sono i colpevoli e questo nonostante che un’altra delle promesse fatte dal Pd all’epoca del crollo fosse quella che i responsabili sarebbero stati presto trovati e puniti severamente. Ipotesi che oggi, considerato il fumo negli occhi gettato alla gente con questa “inaugurazione” in pompa magna, diventa abbastanza remota. Oltre a questo ci fu la promessa di Vannoni (che oltre ad essere Presidente ben pagato di Publiacqua è anche marito della dirigente del comune di Firenze ed ex capo di gabinetto di Renzi-sindaco Lucia De Siervo, figlia del costituzionalista Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale) e Nardella che i lavori di ristrutturazione non avrebbero comportato alcun esborso di soldi dei cittadini e questa, oltre che essere una dichiarazione grottesca dato il fatto che ci si riferisce ad una società il cui 60% è in mano pubblica, è stata una promessa smentita dai numeri, dato che le bollette nei territori gestiti da Publiacqua stanno esponenzialmente aumentando nonostante fossero già tra le più care d’Italia.

In ultimo c’è la questione di come si è scelto di riconsegnare il lungarno alla città, il luogo dove oggi ha passeggiato Mattarella non è lo stesso che era fino al 24 maggio scorso, il Comune di Firenze infatti ha scelto di non riportare l’argine alla sua condizione originaria, lineare e armoniosa, ma ha lasciato il muro ottocentesco “spanciato”, nella stessa posizione in cui è rimasto dopo essere franato, modificando così la sua fisionomia originaria e di conseguenza anche la visuale di questo importante e monumentale pezzo di città. Il rischio poi che tale condizione possa in futuro non essere il massimo in materia di sicurezza preoccupa un po’ e la giustificazione data dall’architetto Fulvia Zeuli della sovraintendenza in accordo col Pd al quotidiano “La Repubblica” ha dell’incredibile: “Meglio un muro antico ma storto che un muro tutto nuovo. Non potevamo ritirare indietro il muro spostato”. Dichiarazioni del genere da chi dovrebbe gestire e custodire una delle città più importanti del mondo sotto il profilo architettonico, sono tutt’altro che rassicuranti.

Roberto Derta

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