Roma, 21 mar – L’elogio del “calcio di strada” visto come soluzione per la crisi di quello italiano è l’ultimo grido della retorica pura, in assenza totale di riferimenti scientifici e logici. Il Ct Roberto Mancini ora asseconda il balbettio in questione e cita Argentina, Brasile, in parole povere il Sudamerica. Il mistero è che non citi l’Europa, perché sa perfettamente che nel vecchio continente, e non solo nello stivale, per strada si giochi molto meno che nell’America Latina, e che l’Italia medesima non abbia alcuna esclusiva presunta su questo tema. Questo non ha impedito a nazionali come Spagna e Francia di collezionare successi negli ultimi 20 anni. Di vincere molto più dei sudamericani. La stessa Italia ha comunque trionfato in un campionato del mondo e in un campionato europeo dal 2006 al 2021.

Niente contro il calcio di strada, ma non raccontiamoci frottole

La premessa è necessaria: nessuno ha nulla contro il calcio di strada. Sarebbe una follia essere “contrari” a qualcosa che è comunque salutare, sociale e pregno di tanti aspetti positivi nella società giovanile. È una follia, però, lanciarla come soluzione in modo così artefatto, confusionario, facendo l’esempio dell’America latina perché solo quella si potrebbe citare nel merito. Se non si cita l’Europa, evidentemente è perché nel vecchio continente, non solo in Italia, in strada si gioca di meno. Ciò non ha impedito di ottenere risultati, a livello di nazionali, significativamente superiori al Sudamerica, dove nel nuovo secolo nelle competizioni dirette con le europee, hanno vinto solo il Brasile nel 2002 e l’Argentina nel fresco 2022. Chi sostiene certe teorie deve portare dati, e non solo riguardanti le nazioni che fanno comodo alla tesi stessa (peraltro, meno vincenti e neanche di poco). Fino ad allora la teoria rimane solo una bella poesia cuoriciosa – e indubbiamente romantica, ma a noi piacciono le coppe – senza alcun riscontro nella realtà.

Servono impianti all’avanguardia, altro che poesie senza alcun riscontro

Se si deve parlare di ciò che aiuta un movimento calcistico, l’indefinita proposta del “calcio di strada” non ha alcun senso: si fa prima a dire che non ci sia niente da fare, insomma, e sostenere che dirigenti, allenatori e addetti ai lavori non abbiano alcun tipo di ruolo o capacità, visto che, in sostanza, sarebbe solo “questione di culo”. Casi come il Marocco dimostrano ampiamente che non sia così (la federazione marocchina ha cercato buona parte della sua rosa in Paesi dove sicuramente si gioca meno “per strada” che non in patria), ma bisogna voler affrontare con intelligenza le questioni e soprattutto bisogna volerci riflettere. Se si ha voglia solo di andare allo stadio a guardare il prodotto finale, si faccia solo quello, ma non ci si spertichi in pseudoanalisi senza proposte per sembrare più intelligenti, perché non si ottiene affatto l’effetto desiderato ma esattamente contrario. Dunque, il lavoro del dirigente – che ha un senso a dispetto di chi crede nella strada e basta e “nell’esclusivo culo” – è indirizzato anche a questo: promuovere impiantistica di livello, strutture moderne ed efficienti, dove giocare a pallone. Se proprio dobbiamo metterla sulla struttura si può e si deve parlare di questo, non di affidamenti pseudoreligiosi all’asfalto: a meno che i pregnissimi sostenitori della santità della strada – su tutti, riviste come Contrasti – non vogliano chiedere porta a porta ai ragazzini di andare con i palloni nelle nelle piazze di periferia. Ovviamente, è un esempio per assurdo, perché sappiamo perfettamente che non sia possibile.

Stelio Fergola

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