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Roma, 25 nov – Lo sciopero delle maestranze italiane dello stabilimento Amazon di Piacenza (seguito da analoghi scioperi in sei stabilimenti in Germania) ripropone una riflessione sull’accoppiata globalizzazione/robotizzazione che ha diviso sui social network il giudizio sulla vicenda.

Da un lato abbiamo i “liberisti” con i classici argomenti sulla “fortuna” di avere un lavoro, e quindi un reddito, senza stare troppo a lamentarsi (e meno che mai andare a inceppare la perfetta macchina da guerra della commercializzazione planetaria). Dall’altro chi rivendica paghe migliori, ritmi più “umani”, e considera il lavoro come un tutt’uno con le esigenze generali dell’essere umano (stare in famiglia, tempo libero, stabilità etc.)

Di fronte al fatto che “ancora” le persone usino l’arma dello sciopero per inceppare la macchina dell’economia i “liberisti” evocano la prossima robotizzazione già applicata in altre situazioni e che “finalmente” riporterà le persone (quelli che “lavorano”, “producono”), notoriamente avide e fancazziste, ad un ruolo di miserabili di stampo medievale, senza diritti e senza alternative: è notorio che nel medioevo il servo della gleba che osasse suicidarsi e quindi sottrarsi al lavoro sulle terre dei Signori (erano loro per “Diritto Divino”) non poteva essere sepolto in terra consacrata. E la famiglia cacciata dal podere e ridotta alla fame (sarebbe il moderno “sgombero” di chi rimane senza lavoro).

A riprova i “liberisti” mostrano video come questo

coi carrelli che si muovono da soli in uno stabilimento rigorosamente privo di umani.

La robotizzazione esiste veramente ma è solo una tappa del lunghissimo processo di innovazione tecnologica e razionalizzazione dei cicli produttivi, processo che possiamo far iniziare con la centuriazione romana delle campagne che rappresenta il primo assetto razionale del comparto agricolo. Insomma niente di nuovo, dipende da come il concetto poi si applica alla realtà esistente. Vediamola.

L’economia italiana si regge su 4 milioni di Pmi che danno lavoro a 16 milioni di persone che producono il 95% del Pil nazionale. Da loro dipende “tutto”: bilancio dello Stato, tasse, dipendenti pubblici, banche, finanza, rendite mobiliari e immobiliari, infrastrutture, scuola, sanità, forze armate… Finite le Pmi siamo un cimitero, l’Egitto o la Grecia che campano mostrando ai turisti le Piramidi o il Partenone (sempre che non cediamo il Colosseo alla Merkel e i biglietti li incassa Berlino)

Non è, come sembra si pensi dal lato liberista, che l’automazione non la conosciamo, al contrario! Ho cominciato a lavorare nel 1974 con le macchine utensili col “nonio” (e che è?!, diranno i bocconiani), poi col lettore ottico del nonio (e che è?) poi col lettore digitale (e che è?) e insomma infine al CNC a controllo numerico.

Negli anni ’70 a fare questo pezzo che si vede nel video

ci passavo un paio di giorni al tavolo da disegno a fare l’attrezzatura, poi una giornata per realizzarla, poi la montavo sulla macchina e diciamo due giorni per fare l’oggetto. Diciamo 40 ore/uomo per fare il primo pezzo. Ora saranno 16 ore di CAD/CAM (con le pause caffè) e 10 minuti per il pezzo.

Il “tempo” necessario è esattamente lo stesso sia che spedisco il file a una azienda meccanica italiana, una cinese, una americana o una svedese, la differenza sta solo nel rapporto di cambio dove pago in euro, renmimbi, dollari o corone. Poi Amazon o chi per lei distribuisce l’oggetto.

In buona sostanza la “competizione” vera non è più dell’azienda italiana che compete in termini di tecnologia e organizzazione del lavoro, ma in termini di valute, rapporti di cambio, finanza. Un colosso industriale come la Cina che mantiene artificialmente il renmimbi sette volte più basso dell’euro progressivamente ci andrà ad eliminare il comparto della metalmeccanica che ancora è trainante. Come il dinaro tunisino ci elimina i pomodorini, il dirham marocchino ci toglie le arance, la lira turca l’olio di oliva o l’euro del montenegro (stipendio medio 500 €/mese) ci toglie i divani. E così via, tant’è che dall’inizio della “crisi” (in realtà il riassetto dei rapporti di forza economici fra Italia, Ue e resto del mondo) abbiamo perso già il 25% della produzione industriale.

L’obiezione dei bocconiani/liberisti è che “non ci si può fare niente” e che è compito degli sfortunati che producono diventare “competitivi” con gli stipendi del Montenegro o il renmimbi cinese, magari lavorando ai ritmi di Ridolini o di Charlot in Tempi Moderni. Gli altri, bontà loro, fanno lavori così importanti da poter mantenere i 26.000 € a puntata o 1.450 € l’ora giusto per citare due dei campioni dell’informazione assunti recentemente alle cronache.

Chi pensa che noi grazie all’automazione diventeremo un paese dell’africa sub sahariana con una aristocrazia dell’economia e dell’informazione a 1.500 € l’ora non pensa giusto, i 16 milioni che fanno il 95% del Pil non sono eliminabili, se li si riduce a miserabili poi tutti saranno miserabili. E’ necessario rielaborare il patto sociale adattandolo alle mutate condizioni tecnologiche e quindi socio-economiche come si è fatto cento volte nella storia, questo dice la ragione.

In Italia dopo cinquanta anni di lotte operaie infine la giornata lavorativa di 8 ore fu stabilita per Legge il 15 Marzo 1923, cinque mesi dopo la Marcia su Roma, prima al mondo l’Italia a ratificare la Convenzione di Washington del 29 Ottobre 1919. Era nelle rivendicazioni del Manifesto di San Sepolcro del 23 Marzo 1919.

Ci si può fare eccome, le date dicono come. L’alternativa che propongono è tornare allo Charlot di Tempi Moderni.

Luigi Di Stefano

1 commento

  1. Il signor amazon e il suo nytime si commentano da soli ma un paese auto -lesionista come il nostro raramente si trova poiché colpire sempre di più le pmi significa dare la mazzata finale alla nostra economia…..questo dimostra che nemmeno progresso, presunta globalizzazione ed innovazioni tecniche riescono a far ragionare la famelica bestia della burocrazia italiana ed europeista,la casta più odiosa e repellente, che a volte pare provenire da marte e senza ritegno ,complice della classe politica piddina, tenta sempre più spesso di affamare il povero popolo italico.

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