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Roma, 3 ott – Alla fine del XIX secolo il mondo dell’arte ebbe la fortuna di ammirare tra i suoi esponenti un’attrice che rivoluzionò la concezione teatrale di quel tempo, una donna capace di rompere con i consueti dogmi del passato, introducendo un nuovo punto di vista sociale: Eleonora Duse fu l’emblema di un cambiamento straordinario, che collimava con l’introduzione di una carica emotiva coinvolgente ma soprattutto di un elemento introspettivo e morale unico nel suo genere.
Da subito immersa nella realtà della recitazione, da bambina si dilettava a imitare i genitori anch’essi attori all’interno della loro compagnia teatrale errante: la dimostrazione del suo talento la si riscontra nell’interpretazione di Cosetta della Teresa Raquin di Émile Zola, ad appena 4 anni di età.
La carriera della futura diva italiana era sbocciata: un’ascesa incessante, costantemente indirizzata verso un livello aureo di rara fattura, caratterizzato da incontri e conoscenze di caratura mondiale come il sodalizio iniziato da ventenne con Giacinta Pezzana, altro colosso della recitazione teatrale e cinematografica.
La Duse forgiò la sua immagine elaborando caratteristiche nuove, abolendo gli stilemi di un teatro ormai inadatto agli spettatori del secondo ottocento: volle smontare la maschera adottata da quella società arricchita e soggiogata al dio denaro, evocando la falsità della borghesia e dei suoi valori estremamente effimeri.
Come un dente stuccato e lucente all’esterno, ma in depravante putrefazione nella sua più intima interiorità, Eleonora Duse volle rimuovere la parte illusoria ed estetica della borghesia per comunicare la reale natura celata e nascosta: quest’attrice straordinaria, rivalutando anche opere drammatiche come quelle scritte da Sardou (il quale influenzerà Puccini nella produzione della sua eccelsa Tosca) e da Dumas figlio, predilesse temi come il denaro e l’arricchimento delle classi sociali, il matrimonio e il ruolo della donna, il sesso e le sue scabrose conseguenze.
Un ceto benestante all’apparenza politicamente corretto, esternamente impeccabile e chic, dalle tendenze perbeniste e magnanime, quando in realtà fondato su una sola componente chiamata ipocrisia: una società dunque omologata dalla pecunia, luccicante e sfarzosa esternamente, ma putrida nella sua natura; e la grandezza della Duse sta proprio nell’essere consapevole di questa caratteristica, tanto da rappresentarla fedelmente di fronte ai loro stessi occhi sui palcoscenici più prestigiosi di tutta Europa.
Scelse opere drammatiche dai richiami veristi, ma la sua sublime interpretazione ha offerto un punto di vista moderno ed estremamente lungimirante: il ruolo femminile all’interno della società ottocentesca è risaltato dall’attrice di Vigevano, presentandolo con sfumature nevrotiche e alienanti.
Ma un incontro a Roma nel 1882 stravolgerà l’esistenza della grande attrice: l’uomo che piomberà nella sua vita, provocando quel sublime dinamico e matematico tipico dei pittori romantici, è il Vate, Gabriele D’Annunzio.
All’epoca già celebre e famoso, con tre opere pubblicate, il poeta scaturì nella Duse un interesse autentico e originale, permeato di una rara essenza attrattiva e mitologica.
Vi fu un secondo rendez-vous sempre nell’Urbe: al teatro Valle nel 1888, D’Annunzio raggiunse la Duse nei camerini dopo La Signora delle camelie esprimendole tutto il suo gradimento, misto alla sua eleganza ammaliante e raffinatezza seducente.
Ma la svolta amorosa e artistica si verificò quando D’Annunzio all’interno delle sue Elegie Romane, dedica una poesia alla Duse (Alla divina Eleonora Duse), la quale richiese un appuntamento privato al Vate: da quel momento sancirono un legame indissolubile che segnerà la vita di entrambi.
I due vissero una relazione alternata da proficui sodalizi (come l’interpretazione da parte della Duse di diverse opere teatrali del Vate) e da momenti di crisi: una testimonianza della loro unione sono i periodi trascorsi agli inizi del ‘900 a Settignano, in provincia di Firenze. La Duse soggiornava a villa Porziuncola, così da spingere D’Annunzio ad affittare la Capponcina, villa attigua a quella precedente: durante questi leggendari anni toscani, il Vate compose Alcyone, massima espressione del suo estetismo e vitalismo all’interno della raccolta Le Laudi. Anche Venezia fu il teatro della loro relazione: il romanzo scritto da D’Annunzio avente come protagonista Stelio Effrena, Il Fuoco, è una evidente descrizione del loro amore, pubblicato nel 1900 con il consenso della stessa Duse.
D’Annunzio gusterà l’ebrezza di essere circondato da innumerevoli donne di prestigio, fama e fascino internazionale dopo Eleonora, ma tuttora al Vittoriale nella sua Officina vi è un busto di Eleonora, coperto da una vellutata stoffa leggera che il sommo poeta discostava ogni volta che voleva fondersi con lo sguardo della sua Diva.
Il Vate la ricorda così: “Quella che il mio amore chiamava Ghisola (soprannome della Duse, ndr) vive di continuo dove io respiro e dove io penso, come già prima di lei viveva e continua a vivere mia madre. Non comprendo in quali modi possiate rappresentare per immagini uno spirito insuperabile imperscrutabile inconoscibile come quello di Eleonora. Il suo mistero è più remoto del mio, che pure è remotissimo”.
Davide Chindamo

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