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Venezia, 24 dic – Sentirla oggi fa ridere, ma la capziosa e mendace narrazione sessantottina secondo la quale l’intero ambiente artistico-culturale di primo ‘900 fosse vittima delle totalitarie grinfie fasciste gira ancora spesso sulle bocche di qualche sprovveduto o sulle penne di autori disonesti, storicamente parlando.

La presunta storiella che tanti professorini provano a propinare è quella per cui dal 1922 al 1945 l’Italia sarebbe sprofondata in un demoniaco medioevo espressivo, dove il malvagio regime bruciava montagne di libri e tagliava le mani agli artisti non apprezzati da Mussolini. Era permesso produrre solo effigi del Duce, opere che celebrassero la grandezza italica o, tutt’al più, qualche episodio di romana memoria. Nessuna libertà creativa individuale, una censura di stampo nordcoreano non permetteva nessuna modernità e tantomeno contatto con l’estero. Queste e tante altre frottole son state somministrate nel corso degli anni a studenti e persone di ogni livello, causando un problematico vuoto di reale informazione generale riguardo l’arte italiana in quegli anni, purtroppo oggi più studiata forse all’estero che non qui.

Peccato che un’istituzione storica e di riconosciuto valore mondiale come la Biennale di Venezia debba gran parte della sua fortuna al “tremendo” Stato fascista. Nel 1930 infatti, la Biennale è trasformata in Ente Autonomo con Regio Decreto Legge 13-1-1930 n. 33. Le modalità del finanziamento e lo statuto dell’ente vengono stabiliti con decreto nel 1931. Inoltre grazie ai maggiori finanziamenti e all’impulso dato dal presidente, conte Giuseppe Volpi di Misurata, nascono nuove manifestazioni e la Biennale assume il carattere multidisciplinare che la caratterizza ancora oggi. In più, nasce il Festival Internazionale di Musica Contemporanea, dapprima a cadenza biennale e, dal 1937, annuale. Negli anni ospiterà prime assolute di valore mondiale, con opere di compositori esteri come Stravinskij, Britten, e Prokofiev, e se non bastasse, viene anche costruito ai Giardini il padiglione degli Stati Uniti d’America.

L’arretratezza e la chiusura culturale è talmente tanta che nel 1932, sempre a Venezia, nasce sulla terrazza dell’Hotel Excelsior la Mostra del Cinema. Nessun premio previsto, referendum fra il pubblico e dal 1935 la Mostra diventa annuale. Fra i film premiati “Anna Karenina” di Clarence Brown, “Der Kaiser von Kalifornien” di Luis Trenker, “Carnet du bal” di Julien Duvivier, “Olympia” di Leni Riefenstahl. Nel ’37 si inaugura il Palazzo del Cinema al Lido di Venezia  e nel ’38 il Palazzo del Casinò. Nel 1932 e nel 1934 vengono organizzati dalla Biennale anche due convegni di poesia, mentre sempre nel ’34 inizia a cadenza annuale il Festival Internazionale del Teatro di Prosa. Il ’33 è invece l’anno in cui la Biennale diventa faro assoluto nel panorama artistico internazionale. L’autarchia economica non impedisce affatto di organizzare diverse ed acclamate mostre all’estero, anzi.

Il regime è così opprimente che nel 1930, sempre alla Biennale, viene dedicata un’intera esposizione ad Amedeo Modigliani, famoso artista fratello d’un deputato socialista, dedito ai vizi e di origine ebraica.

Dopotutto è l’Inghilterra a incarcerare Oscar Wilde perché omosessuale, sonno i liberisti Stati Uniti a rinchiudere Pound perché critico verso il capitalismo e sempre gli Stati Uniti confiscano i disegni di Clara Tice e li giudicano indecenti. Senza parlare ovviamente dell’Unione Sovietica, rea per esempio nel 1974, a Mosca, di distruggere le opere astratte della mostra Bulldozer e allontanare i visitatori con gli idranti. In confronto la censura del ventennio fascista è una passeggiata di salute, come raccontarono del resto Giuseppe Ungaretti ma anche il non proprio fascista Eugenio Montale. Entrambi spiegarono come lo Stato fascista preferisse l’uso della carota a quello del bastone. Era pratica ampiamente diffusa infatti stipendiare gli intellettuali e gli artisti anche se non in linea col governo, tant’è che negli anni ’50 Ungaretti in particolare si lamentò molto dell’assoluta povertà e indifferenza in cui vennero gettati loro uomini di cultura e arte, senza un centesimo dallo Stato e in completa balia delle fauci del mercato.

Nonostante la storia parli chiaro, c’è chi afferma che il fascismo abbia emarginato l’Italia rispetto alla scena artistica contemporanea internazionale. Una leggenda facilmente confutabile da quanto già detto, ma nel caso non bastasse vanno allora ricordati i grandi nomi dell’arte degli anni 20-30 che trovarono abbondante spazio quali Ottone Rosai, Antonio Donghi, Birolli, Mafai, Rizzo, Radice, Melotti, Thayaht, Sironi, Morandi, Martini e molti altri. Inoltre, dal XIX secolo, dopo Canova, la produzione artistica italiana di grande successo internazionale era la scultura, mentre oggi resta quasi del tutto dimenticata al di fuori della cerchia degli specialisti.

Alberto Tosi

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3 Commenti

  1. Per chi non sia proprio ignorante del tutto, queste cose si sanno e si dicono dal 1982, cioè da quando Renato Barilli organizzò a Milano la mostra sull’arte degli anni Trenta. Smettetela di pubblicare i vostri temi scolstici di terza media.

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