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dalai lama premiet tibetBerlino, 1 giu – Una volta può essere un caso, magari una travisazione giornalistica o un errore di traduzione. Due volte fanno un indizio. Tre volte sono decisamente una prova. Il Dalai Lama sorprende tutti e, dopo averlo fatto in Italia e poi in Inghilterra, ora anche a dei giornalisti tedeschi spiega che no, la società multirazziale non è il migliore dei mondi possibili. No, l’accoglienza indiscriminata di tutti non è la soluzione. Posizioni sorprendenti in bocca a una personalità che, a causa della sua confidenza con i vip pseudo-buddisti (e, secondo alcuni, con la Cia), sembrava essere semplicemente un Bergoglio tibetano. Certo un brusco risveglio per gli immigrazionisti, convinti che le loro tesi folli siano condivise da tutti gli uomini di buon cuore e di solida cultura. O, meglio, sarebbe stato un brusco risveglio se tali parole fossero state adeguatamente reclamizzate, cosa che invece, “casualmente”, non è accaduta. Chi scrive non è esperto di buddismo o della questione tibetana, ma qualche riflessione è forse possibile tirarla ugualmente.

Il primo aspetto della vicenda è che il Dalai Lama è, lui per primo, un profugo. O, meglio, un esule. Qualcuno, comunque, costretto a vivere lontano dalla sua patria. Anziché vivere tale condizione con la gioia nel cuore di chi stia sperimentando una nuova, apolide, cosmopolita condizione esistenziale (“i migranti sono l’avanguardia di uno stile di vita che sarà di tutti noi”, Boldrini dixit), il leader spirituale buddista saprà probabilmente bene quanto sia doloroso lasciare la propria patria. È per questo che si impegna affinché ognuno possa restare a casa propria. Difficile farsi infinocchiare con tesi ideologiche quando si vivono certe esperienze sulla propria pelle. Il secondo aspetto è che, essendo esponente di una religione non monoteista, il Dalai Lama saprà che i luoghi hanno un’anima, se non un vero e proprio nume tutelare. Risiedere, abitare, non è una questione burocratica, non è un dettaglio amministrativo. Significa, al contrario, entrare in sintonia con lo spirito di un luogo, in taluni casi con il protettore di tutta una nazione o una terra.

Quando il leader tibetano dice che “la Germania non può diventare un Paese arabo, la Germania resta la Germania” non sta solo esprimendo un ragionamento di comune buon senso ma sta probabilmente anche pensando al legame sottile, spirituale, che lega un popolo alla sua terra. Il terzo aspetto è che, pur formalmente rispettoso di ogni religione e pur prodigo di buone parole anche nei confronti dell’Islam, il Dalai Lama avverte, anche a causa del suo esilio in India, la pressione della religione musulmana senza i complessi e le implicazioni dei “fratelli del Libro”. Questa testata è stata sempre attenta a non confondere immigrazione e Islam, considerando anzi i movimenti musulmani a carattere nazionale come preziosi alleati nella lotta al mondialismo, che agisce in taluni casi bombardando i popoli, in altri mescolandoli. Ma negare che esista una questione islamica e che tale religione sia parte del problema immigratorio sarebbe fare dell’angelismo fuori tempo massimo. Tutto questo il Dalai Lama lo sa. I suoi seguaci modaioli, quelli che lo confondono con Bono Vox, non lo sanno. Magari lo scopriranno nella prossima reincarnazione.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. Eccellente articolo, come sempre.

    Chiaro che, per esperienza, umanità, personalità ed anche cultura, un uomo come il Dalai Lama si mangia venti boldrini a colazione, venti a pranzo e venti a cena.

  2. Il buon senso non è ‘buonista’, è semplicemente frutto della logica: quella che non sembra pervadere i cervelli di chi si definisce tale, ma lo fa solo per interessi economici o ancor peggio per superficialità

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