Roma, 23 dic — Le vittime dei danni più infami causati da lockdown, restrizioni e terrorismi psicologici vari sulla pandemia sono sempre loro: i bambini. Gli adulti di domani, sui quali si baserà il futuro della nostra società, piegati fisicamente e psicologicamente da due anni di provvedimenti che in alcun modo hanno tenuto conto dello sviluppo dei più piccoli e delle ferite — potenzialmente irreversibili — alla loro psiche.

«I bambini in queste ultime settimane si sentono sempre di più degli untori. Per questo hanno paura di vivere il Natale. Provano un senso di solitudine, abbandono, di minore condivisione delle feste natalizie, che invece sono solitamente il periodo più gioioso per loro». A lanciare l’allarme è Daniela Chieffo, neuropsicologa presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Gemelli di Roma. Un anno fa, nello stesso periodo, era toccato agli adolescenti. Media, virologi, politici li avevano messi sul banco degli imputati e bollati come principale vettore della trasmissione del virus. Ora tocca ai più piccoli.

I bambini messi sul banco degli imputati

Burioni li ha etichettati «maligni amplificatori biologici» del virus, i media mainstream consigliano di tenerli lontani dai nonni, i virologi lo cantano, persino. Bisogna proteggere gli anziani. Ma chi protegge i bimbi da questo macigno infame fatto di terrorismo e sensi di colpa? «Alcuni di loro si presentano da noi e invece di pensare ai regali di Natale presentano meccanismi di eccessiva fissazione rispetto alla pulizia, alle regole di distanziamento sociale. Hanno un senso di colpa che li porta a comportarsi in questo modo», spiega la neuropsicologa. «Molti vivono con il terrori di perdere i nonni e i genitori, alcuni si sentono responsabili per averli contagiati».

Travolti dai sensi di colpa

Come se a un bimbo di 5-10 anni potesse essere addossata una colpa simile. Eppure lo fanno, martellando senza vergogna. Altri bimbi «avvertono la responsabilità di costringere la famiglia a non poter festeggiare tutta unita» perché non sono ancora vaccinati. A tal punto che «chiedono sempre più di poter essere difesi e difendere». Ma la colpa è solo degli adulti. Che «ribadiscono continuamente che in questo periodo sono i bambini ad essere maggiormente una fonte di contagio». Segregati in casa per un anno e mezzo, costretti alla Dad, si sono visti negare il diritto al gioco e alla socializzazione, fondamentali per una crescita corretta. E ora che sono usciti, si vedono condannare da quel mondo adulto che li dovrebbe proteggere.

Cristina Gauri

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