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Roma, 04 mar –  “L’entrata in vigore, nel 2016, del bail-in è stata affrettata, in quanto ha preceduto di molto un suo essenziale presupposto: la costituzione da parte delle banche, di passività idonee a subire riduzione o conversione in nuovo capitale in caso di crisi detenute da investitori professionali”. Questo è in sintesi quanto sostiene il responsabile della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. La situazione in cui versava il nostro sistema creditizio rendeva il “bail-in inapplicabile”. La Banca d’Italia auspica altresì una riforma migliorativa, alla luce dell’esperienza di questi anni, delle regole di gestione delle crisi bancarie con “maggiore sincronia tra bail-in e Mrel (le norme che impongono l’accantonamento di passività da usare in caso di crisi). L’alert di Via nazionale non è certo casuale. Tutto l’impianto di regole caldeggiato dalla Banca Centrale Europea sta penalizzando fortemente la nostra economia. Vediamo perché.

Intanto, l’annunciato giro di vite della Bce sugli npl, innescherà una stretta creditizia senza precedenti. Circa una settimana fa, Il Sole 24 Ore pubblicava una ricerca di Equita Sim Italia. In questo studio veniva evidenziato come “il rubinetto dei crediti nei prossimi sette anni potrebbe stringersi del 15% rispetto ad oggi, con un calo cumulato dei prestiti atteso nell’ordine di 185 miliardi”. La Banca Centrale Europea, infatti, ha chiesto agli istituti di aumentare gli accantonamenti fino al 100% tra il 2024 e il 2026 (per i crediti garantiti deteriorati da più di sette anni) e tra il 2023 e il 2025 (per i crediti unsecured oltre i 2 anni). I maggiori accantonamenti se da un lato eviteranno in futuro la richiesta di aumenti di capitale per gli azionisti, comporteranno una riduzione delle erogazioni di denaro per famiglie ed imprese.

Banche contro sviluppo dell’economia reale?

Inoltre, nei prossimi anni gli istituti di credito faranno carte false per sbarazzarsi dei non performing loans.  Il meccanismo di riscossione, però, fa acqua da tutte le parti. Sempre secondo Il Sole 24 Ore: “I primi sette servicer non bancari che operano in Italia (si chiamano così le società che materialmente lavorano sul recupero dei crediti deteriorati per conto degli investitori che li hanno comprati dalle banche) da fine 2016 a fine 2018 hanno visto crescere il carico di lavoro del 73%, ma hanno aumentato l’organico solo del 21%”.

Per ottimizzare i costi, dunque, i meccanismi di riscossione diventano veloci e dozzinali. Anche in questo caso a farne le spese sono i piccoli debitori che non hanno le spalle abbastanza larghe per fronteggiare i propri creditori. In sintesi, la ratio delle norme contenute nel Mrel è controproducente. La solidità dei bilanci delle banche non può, e non deve, diventare un freno per lo sviluppo dell’economia reale.

Salvatore Recupero

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