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Roma, 29 apr – Con tutta probabilità, a Francoforte è già iniziata l’era post-Draghi, ovvero della Bce “accomodante” rispetto alle esigenze finanziarie dei singoli Stati membri dell’eurozona. Ricordiamo che il Quantitative Easing varato dall’attuale governatore altro non è che “stampare” trilioni di Euro con cui comprare obbligazioni pubbliche (e non solo) per inflazionarne il prezzo e così abbatterne il rendimento.
La Bce avrebbe chiesto a Deutsche Bank di simulare uno “scenario di crisi” e calcolare i costi di una “risoluzione” della propria divisione di investment banking. In pratica Deutsche Bank (la maggiore banca tedesca), ha simulato cosa accadrebbe alla tenuta del sistema finanziario in caso di uscita di uno o più Stati dall’Eurozona. Questo è coerente con la filosofia del probabile successore di Draghi, Weidmann, attuale capo della banca centrale tedesca e noto per essere essenzialmente sulle posizioni del più noto Schouble, favorevole ad espellere le “cicale del Sud” dal suo club esclusivo.
La cosa può essere apparentemente una buona notizia, se non fosse che, ovviamente, è tutto interesse della Germania fare sì che la dissoluzione dell’eurozona avvenga in modo controllato, senza mettere in discussione l’Ue in quanto tale. Il che comporta, per esempio, il fatto che i debiti pubblici e privati detenuti da investitori tedeschi non possano essere rinominati in valuta nazionale, secondo la cosiddetta “lex monetae” che viene data per scontata in questi casi. In pratica, uno Stato sovrano ha il potere di regolare le obbligazioni sottoscritte secondo il proprio diritto nella moneta che preferisce, nel nostro caso per esempio nella nuova Lira.
Ciò comporta che gli italiani si troverebbero a doversi svenare per restituire un debito in una valuta nei fatti straniera, come quello che negli anni ’90 sottoscrissero mutui in franchi svizzeri attratti dai minori tassi d’interesse nominali, per poi scoprire che se una moneta non la possiedi…semplicemente il debito non lo ripaghi. A parziale conferma di questa ipotesi, l’idea che viene fatta circolare da un po’ di tempo a questa parte, e cioè che se si esce dall’Euro bisogna saldare il presunto debito Targhet2 fra le banche centrali. L’idea è ovviamente delirante, dato che il sistema Target2 non fa altro che registrare transazioni internazionali che sono già avvenute, ma è indicativo di cosa realmente frulla in testa ai nostri fratelli mitteleuropei. Sapendo che il sistema è di per se ingestibile, e sapendo bene che è destinato ad implodere ponendo fine ai vergognosi surplus commerciali tedeschi, si preparano a trarne il maggior vantaggio possibile dotandosi di un “paracadute d’emergenza”.
Questo ci fa capire quanto pericolosa sia la svolta “battipugnista” ad esempio della Lega ex Nord: all’abbandono unilaterale dall’eurozona (che comporta, ma questo si rifiutano di ammetterlo, il recesso dall’Unione Europea) si è sostituita l’idea che si possa andare a trattare a Bruxelles, usando come esempio il Regno Unito e la Brexit. Gravissimo errore: Londra non ha mai rinunciato alla Sterlina, quindi non è in nessun modo ricattabile dai giochini monetari di Francoforte, ed in ogni caso il governo mantiene tutti gli strumenti di politica economica necessari a difendersi adeguatamente. Noi invece, ammesso e non concesso che sia possibile avere una maggioranza parlamentare favorevole, dovremmo andare a trattare in posizione di debolezza, senza una nostra valuta sovrana, con gente che essenzialmente vuole spolparci vivi.
Magari ci lasceranno veramente uscire, ma in cambio vorranno le riserve auree nazionali (terze per importanza al mondo) e la garanzia di non ridenominazione del debito pubblico in lire. Vuol dire condannare il Paese a misure d’austerità anche più pesanti di quelle a cui ci ha abituato Monti, e quindi matematicamente al default con tutte le conseguenze del caso. A questo ci porteranno i finti sovranisti, persino nell’ipotesi oramai decisamente irrealistica di poter accedere al governo.
Matteo Rovatti

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