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Questo articolo, che tratta un episodio poco noto della storia di Botticelli e dell’arte italiana, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2019.

Londra, 20 dicembre 1929: all’East India Dock attracca la Leonardo Da Vinci, salpata nove giorni prima da Genova. Il carico fatto sbarcare è il tesoro più prezioso mai giunto sulle coste britanniche: La Nascita di Venere di Botticelli, Il Duca e la Duchessa di Urbino di Piero della Francesca, il bronzo del David di Donatello, La Tempesta di Giorgione, il Ritratto di Dama del Pollaiolo, la Crocifissione di Masaccio; e ancora Tiziano, Tiepolo, Piero da Urbino, Carpaccio e Caravaggio, solo per citare i più celebri dei 600 nomi selezionati per la leggendaria Italian Art 1200-1900.

Primato artistico

Per volere di Benito Mussolini, una collezione senza precedenti nella storia sconfina dall’Italia e, non casualmente, conquista Londra: la capitale finanziaria e l’insuperabile palcoscenico culturale già in procinto di scalzare Parigi, ma soprattutto la città ponte tra il Vecchio continente e tutto il restante mondo coloniale anglofono. Mussolini, negli anni del massimo consenso nazionale, vuole narrare l’ascesa dell’Italia tra le potenze mondiali; in quel 1929, segnato dal crollo della borsa di Wall Street, l’Italia non solo erige a Milano il celebre Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari, ma esibisce il grande Rinascimento alla Burlington House di Londra, nel cuore pulsante del liberismo di Piccadilly. Mussolini, da moderno visionario e stratega, risponde alle passate mostre spagnole e fiamminghe con una sua personale Wunderkammer: l’Italia si aggiudica un primato culturale oggi dato erroneamente per scontato, grazie al quale l’arte della Penisola è venerata tuttora.

Oltre 540mila visitatori in soli tre mesi e 150mila cataloghi venduti: inaugurata il 1° gennaio 1930, Italian Art manda in visibilio la stampa, incanta i reali e i visitatori accorsi in massa. Per il Corriere della Sera, «questi capolavori sono altrettanti ambasciatori che parlano la lingua universale dell’arte. […] Sono capaci di promuovere la causa italiana e di ricordare che l’Italia fu sempre la prima a spianare la strada della civiltà e del progresso».

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Non è certo un segreto che Mussolini utilizzi la mostra per accrescere il proprio prestigio e quello della sua nazione: ma al di là di questo, va considerata la fine trama diplomatica che il Duce vuole tessere a Londra. È Lady Ivy Chamberlain, moglie del ministro degli Esteri, a promuovere l’iniziativa: amante dell’arte, nutre un debole per Mussolini e per l’Italia fascista. Il Duce ne è consapevole e decide di invadere la «perfida Albione» non con le bombe, ma con Giotto e Michelangelo.

La mostra londinese
«Italian Art» è stata
una delle più colossali
nell’Inghilterra
tra le due guerre

Il noto storico dell’arte Francis Haskell include una sprezzante disamina dell’esposizione nel saggio La nascita delle mostre. Nonostante abbia appena 11 anni al tempo dell’esposizione londinese, il critico la considera sì storicamente rilevante, ma come capitolo negativo: probabilmente senza voler comprendere che l’esposizione del ’30 è concepita con la lucida volontà d’essere episodio raro e non una prassi. La critica che ancora oggi segue pedissequamente (e banalmente) Haskell non sembra tuttavia altrettanto preoccupata dalla svendita del patrimonio nazionale e dalla sua incuria, o dalle costanti tournée oltreoceano cui sono sottoposte tele e sculture antiche dei maggiori musei italiani. Alcune critiche non mancano, del resto, nemmeno all’epoca ma, come già capisce Marinetti nell’esposizione futurista londinese del 1912, non esiste la cattiva pubblicità. Mussolini, in veste di mecenate, è sulla bocca di tutti: da quel momento è chiaro, da Oxford a Nuova Delhi, come l’Italia stia vivendo un nuovo e ambizioso Rinascimento.

Botticelli a New York

Nel 1934, in occasione dell’inaugurazione della nuova ambasciata italiana, il Duce ospita e incanta la Londra più chic e influente. I giornali descrivono la serata come la più bella avuta in città da prima della guerra. Il 1938 vede invece l’avvicinamento dell’Italia alla Serbia grazie alla Mostra del ritratto italiano tenuta a Belgrado. Nel ’39 – pochi mesi prima dell’invasione della Polonia – gli Stati Uniti accolgono all’Esposizione Universale di New York e a San Francisco capolavori quali la Primavera di Botticelli e la Madonna della seggiola di Raffaello, opere poi esposte anche al MoMA. Anche in quest’occasione Mussolini non bada a spese: esporta per alcuni mesi i pesi massimi del patrimonio artistico nazionale. Incanta il pubblico americano con un evento rimasto scolpito nella storia e studia il futuro avversario.

Quello che succede da lì in poi è storia. La bellezza da sola, contrariamente al parere di Dostoevskij, non salva il mondo dalla guerra, né salva l’Italia dall’invasione di quegli stessi angloamericani che pochi anni prima avevano avuto l’occasione di ammirare coi propri occhi la Venere e la Primavera di Botticelli. L’avventura di Italian Art resta un incompleto tavolo di lavoro per la realizzazione di un’Europa dei popoli. Mussolini sceglie di dialogare con un tipo di Stato quasi antitetico rispetto al suo, e in nome dell’ars diplomatica ridesta i vecchi alleati inglesi al culto della bellezza. Restano quanto mai emblematiche (seppur da contestualizzare) le parole in merito di Ugo Ojetti sulla rivista Dedalo: «La bellezza non governa il mondo, ma aiuta. […] Basta con i paroloni. È ora di finirla, l’arte italiana non è proprietà di impiegatucci dello Stato, o di signori funzionari. È l’ornamento e la gloria della nazione e il prestigio nazionale, per non parlare della forza economica, e richiede che sia mandata all’estero. Forse i funzionari non hanno fiducia nell’arte italiana moderna, a torto. Hanno comunque da scegliere tra sette o otto secoli di arte e tra cento scuole e maniere, da Napoli a Venezia».

Alberto Tosi

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