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Roma, 1 giu – Giovanni Brusca, lo “scannacristiani”, uno dei boss più sanguinari di Cosa nostra, ha lasciato il carcere di Rebibbia dopo 25 anni, per fine pena, con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza prevista, grazie alla legge sui pentiti. La Corte d’Appello di Milano ha predisposto controlli e quattro anni di libertà vigilata, dopo di che vivrà sotto protezione. Noto anche come “u verru” (il porco, in siciliano), Brusca è stato fra i protagonisti della stagione stragista dei Corleonesi.

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Fedelissimo di Riina, è stato arrestato nel 1996

Fedelissimo di Totò Riina, è stato arrestato nel 1996 e dopo pochi anni è diventato un collaboratore di giustizia. In carcere ha ammesso di aver azionato il detonatore della bomba nella strage di Capaci, in cui morirono il giudice Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L’ex boss è stato incriminato anche per aver ordinato il rapimento e l’omicidio del 12enne Giuseppe Di Matteo. Il bambino fu strangolato e sciolto nell’acido per punire il padre, Santino Di Matteo, ex mafioso e collaboratore di giustizia. Secondo fonti investigative, il 64enne sarebbe responsabile di circa 200 morti. Brusca ha ottenuto sconti di pena grazie alle informazioni preziose che ha condiviso con gli inquirenti per effetto della legge 45 del 2001.

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Quell’iniziale “pentimento” sospetto

Arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta vicino ad Agrigento, dove il boss era con il fratello Enzo e le rispettive mogli e figli, Brusca ha ottenuto lo status di pentito solo nel marzo 2000, dopo che diverse corti avevano certificato la sua ”piena” collaborazione e attendibilità. Inizialmente infatti il suo “pentimento” era piuttosto mirato a indirizzare le indagini sui suoi nemici personali. E non solo.

Violante e Andreotti

Clamorosa fu l’intervista concessa dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Vito Ganci, in cui affermava che il “pentimento” del suo assistito era pilotato dall’allora presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante (che avrebbe incontrato Brusca su un volo aereo nel 1991) al fine di accusare Giulio Andreotti, all’epoca sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Affermazioni smentite da Brusca, che cambiò avvocato difensore. Ma nell’ottobre 1996 venne iscritto nel registro degli indagati per calunnia poiché le sue prime dichiarazioni miravano ad accusare il suo acerrimo nemico Baldassare Di Maggio ed escludere invece le responsabilità di mafiosi a lui vicini, a partire da Riina.

Il primo omicidio a 19 anni su ordine del boss dei boss Totò Riina

“La mia – aveva detto il boss ai pm – non è una scelta facile. Pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri, il giudizio che mio padre darà di me“. Bernardo Brusca, deceduto in carcere, è stato capo della cosca di San Giuseppe Jato (Palermo), ed è stato un autorevole esponente della cupola e Giovanni era il suo successore. Nato il 20 febbraio 1957 a San Giuseppe Jato, dove ha operato la famiglia mafiosa dei Brusca della quale era capofamiglia, Giovanni ha due fratelli, Emanuele e Enzo Salvatore, mafiosi e poi collaboratori di giustizia. I suoi legami con la criminalità organizzata sono profondi e risalgono al 1976, quando all’età di 19 anni commise il suo primo omicidio per il clan dei Corleonesi, all’epoca capeggiato da Toto Riina, il boss dei boss di Cosa nostra.

“Scannacristiani” ha confessato 150 omicidi

Una volta iniziato dallo stesso Riina, Giovanni divenne il braccio armato della famiglia. Il suo soprannome, “scannacristiani“, deriva proprio dalla violenza degli omicidi commessi e dalla sua ferocia. Ha confessato circa 150 omicidi. E c’è chi dice che 25 anni di prigione sono troppo pochi per un mostro del genere. Anche perché non avrebbe neanche detto tutto quello che sapeva sulla trattativa Stato-mafia.

Adolfo Spezzaferro

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