Roma, 22 lug – Il 19 luglio è morto a Bologna Abderrahim Fakir, un marocchino di 43 anni, a seguito di un intervento della polizia finalizzato al suo contenimento, dopo che aveva dato in escandescenze danneggiando un’automobile. Il fato ha voluto che la sua morte avvenisse in corrispondenza dell’anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, il militante di estrema sinistra no global deceduto durante i fatti del G8 di Genova del 2001. L’estrema sinistra ha saputo sfruttare al massimo questa coincidenza, mettendo a ferro e fuoco la città di Bologna e facendo leva su uno dei suoi cavalli di battaglia più recenti: l’intersezionalità delle oppressioni.
Dalla morte di Fakir alla lotta contro lo Stato
Nella logica antagonista esisterebbe infatti un filo conduttore nascosto che collegherebbe i due fatti: il concetto stesso di Stato. Contrariamente a quanto la vulgata della Guerra fredda possa aver fatto credere, il marxismo non è infatti, almeno nella teoria, un’ideologia statolatra, bensì auspica l’estinzione stessa dell’apparato statale, percepito come la forma massima di gerarchia e sovrastruttura borghese. In questa logica, la polizia diventa il braccio armato del sistema capitalista, finalizzato a mantenere lo status quo e a scongiurare il pericolo di una lotta di classe. Per capire come sia stato possibile che centinaia di persone siano scese in piazza, anche ricorrendo alla violenza, agli insulti e alle provocazioni, in risposta a quello che ai più potrebbe apparire come un episodio isolato, un incidente legato all’intervento delle forze dell’ordine o una semplice questione di ordine pubblico, è necessario comprendere che la sinistra ragiona ancora in termini di lotta di classe. L’intersezionalità delle oppressioni, nata originariamente negli ambienti femministi, opera in questo contesto come un grimaldello ideologico, utile a collegare ogni singolo episodio di cronaca a un sistema di potere ritenuto oppressivo e strutturale.
La crisi della presenza della sinistra
La protesta può essere letta in due modi: come una spinta propulsiva verso il cambiamento e la creazione di una società “giusta”, oppure come il sintomo di un risentimento atavico e di una frustrazione estrema. Una richiesta di giustizia, o di vendetta, che finisce per ribadire ancora una volta la condizione di subalternità di chi la formula, identificandosi con le categorie stesse del sistema che pretende di abbattere. Una nuova morale degli schiavi, unita a un culto del piagnisteo, che ricorda vagamente la “crisi della presenza” di demartiniana memoria: lo smarrimento di un humus umano che, di fronte al crollo dei grandi dogmi novecenteschi e del socialismo, non riesce più a dare un senso alla sofferenza individuale e alla storia reale. Privata dei suoi vecchi strumenti interpretativi, come il marxismo ortodosso e determinista, la sinistra cerca rifugio in sovrastrutture che rasentano il complottismo, come l’intersezionalità, pur di non ammettere il fallimento dell’umanitarismo dogmatico e la realtà del conflitto permanente e della supremazia come dati ineliminabili.
Così come i contadini poveri del Sud Italia degli anni Cinquanta utilizzavano il paganesimo e le pratiche magiche per ovviare alla propria condizione di subalternità e frustrazione, oggi i nuovi diseredati e la classe schiavile utilizzano visioni del mondo preconfezionate per dare una spiegazione al reale.
Il capitalismo assorbe la contestazione
L’allora classe dominante, ossia la Chiesa cattolica, finì per assorbire le pratiche magiche del Meridione, fondendole in un sincretismo religioso. Oggi il capitalismo contemporaneo fa altrettanto con il pensiero di sinistra, perché questo sistema non reprime l’opposizione, ma la assorbe e la rende innocua. Il marxismo ortodosso, intestardito in un’analisi meramente economica della società, viene così fuso in un sincretismo con quello sui generis di stampo gramsciano, focalizzato sulla cultura e dalle sembianze più storiciste. In questa prospettiva, la protesta antirazzista non scalfisce minimamente la struttura del potere, che anzi finisce paradossalmente per assecondare le richieste dell’opposizione neo-sessantottina, ma ne costituisce l’ossatura portante. I dogmi umanitari e gli sfoghi di piazza sono perfettamente tollerati dalle strutture economiche e mediatiche dominanti del capitalismo liquido, che necessita strutturalmente di rimuovere tutti i rimasugli di autorità e identità, dalla famiglia patriarcale ai confini delle nazioni.
Capitalismo liquido e neo-marxismo
I grandi sconvolgimenti umani non possono essere ridotti a contingenze economiche, anche se in questa parte di emisfero siamo fermamente convinti che l’economia e il welfare siano i principali metri di giudizio per valutare una civiltà. Una visione puramente post-storica, che rappresenta un ulteriore punto di contatto tra il capitalismo liquido e i neo-marxismi. In entrambi i casi, l’uomo viene ridotto alla stregua di un animale al quale basterebbe fornire il necessario al sostentamento materiale per far cessare ogni ostilità. Si nega così ogni visione metafisica o spirituale dell’esistenza, riducendo l’azione umana alla semplice amministrazione burocratica dei bisogni basilari. I neo-marxisti si ritrovano, per la prima volta, catapultati in un mondo che offre loro una disarmante libertà di scelta: chi essere, cosa pensare, cosa fare.
Mentre l’operaio ottocentesco analizzato da Marx subiva una coercizione fisica e psicologica reale, legata ai ritmi di produzione e alla catena di montaggio, il militante antifascista odierno è spesso l’espressione diretta dei ceti medi e della piccola borghesia: studenti universitari fuori sede, sostenuti economicamente dalle famiglie, la cui contestazione non nasce da una reale deprivazione materiale, ma da un disagio esistenziale.
Il surrogato della lotta di classe
La violenza contro le forze dell’ordine, considerate da Pasolini il vero proletariato, non è altro che il surrogato di un conflitto di classe inesistente, utilizzato per nascondere l’incapacità di dare una direzione al proprio futuro. Incapaci di generare un valore concreto per sé stessi e per gli altri, i neo-marxisti finiscono per crogiolarsi in un ideale basato interamente sul vittimismo, al punto da battezzare le proprie insurrezioni con il nome di Spartaco, il celebre schiavo ribelle. Chi si percepisce ontologicamente come uno schiavo non può che finire per solidarizzare con chiunque incarni la figura del reietto sociale e dell’emarginato, trasformando la povertà in virtù e la condizione di subalternità in un’appartenenza identitaria totale.
Michele Cucchi