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Roma, 21 nov – È ancora altissima l’attenzione sui fatti di Ostia e sull’aggressione degli inviati Rai Daniele Piervincenzi e Edoardo Anselmi, soprattutto dopo la decisione della Procura di Roma di procedere al fermo di Roberto Spada e quella del giudice di disporre il la custodia cautelare in carcere. Le ragioni, del resto, ci sono tutte: il clamoroso successo di CasaPound Italia nel primo turno (offuscato e infangato proprio dall’insistenza con la quale alcuni giornalisti hanno ipotizzato un improbabile intrigo elettorale tra il clan ostiense della famiglia Spada e il candidato presidente Luca Marsella), il ballottaggio per la presidenza del X Municipio e il suo esito, il risalto che ha avuto la divulgazione del video dell’aggressione, il richiamo al paradigma mafioso, ed infine il trasferimento dello stesso Spada in un carcere di massima sicurezza.

Questa vicenda, però, impone di riflettere anche su alcuni aspetti che sono rimasti ai margini, ma che sono piuttosto preoccupanti. Perchè a caldo, forse, si può avere l’illusione che sia stata fatta giustizia, ma questa sensazione, più in là, potrebbe riservare spiacevoli sorprese. Forse, come già accaduto per altre inchieste, si arriverà anche qui alla conclusione che il gesto – per quanto inaccettabile – non aveva nulla di mafioso.

E allora si deve ragionare sin da ora sull’utilità di un riferimento sempre più ampio al “metodo mafioso”, che troppo spesso è ipotizzato negli uffici giudiziari e ancora più spesso è strumentalizzato dai mezzi di comunicazione. Per i fatti di Ostia, l’autorità giudiziaria ha ritenuto che l’aggressione di Roberto Spada rappresentasse un’ostentazione della particolare forza coercitiva delle organizzazioni mafiose e, quindi, una rivendicazione di potere su un territorio. Molto ci sarebbe da discutere sulle origini dell’aggressione e sulla sua “mafiosità”. Ci si muove, infatti, in un contesto sociale particolare: una periferia abbandonata dalle istituzioni nella quale si impara più “per strada” che tra i banchi di scuola, nella quale è facile che germoglino le cause di una violenza incontrollata e straripante, che, tuttavia, non si accompagna necessariamente ad una sistematicità criminale.

Ma se la correttezza dell’accusa dovrà essere accertata in un regolare processo, si deve anche ragionare, ancora una volta, sul ruolo determinante che hanno svolto i mezzi di comunicazione anche nella sollecitazione di un intervento giudiziario, che sembra essersi piegato agli umori e alle esigenze dell’opinione pubblica per accontentarla e rassicurarla con un fermo ancorato alla normativa antimafia.

In questa ottica, poi, il fatto ancora più preoccupante è che nonostante il procedimento sia appena iniziato, dai giornali, sin dal primo istante, è arrivata una sentenza di condanna, inappellabile, e una richiesta di immediata esecuzione.È il meccanismo tristemente noto del “processo mediatico”, che sposta l’accertamento dalle aule giudiziarie ai mass media (e, in ultimo, sui social network) e culmina in decisioni assolutamente sommarie: ogni atto di indagine diventa un surrogato di sentenza di condanna e ingenera una fallace convinzione di colpevolezza che difficilmente può essere rimossa anche da una assoluzione vera. Quindi, poco importa, adesso, che al termine del processo possa essere esclusa l’aggravante mafiosa e il fatto possa essere ricondotto, pur nella sua gravità, in una “semplice” aggressione.

Ma tutto questo è inaccettabile, tanto più in una materia particolarmente complessa e delicata in Italia, quale è l’antimafia. L’abuso della nozione di “metodo mafioso”, infatti, non contribuisce alla comprensione e, dunque, alla prevenzione dei più gravi fenomeni criminali ma, al contrario, confonde e rende assai più incerta la repressione dei reati: se tutto, allargando all’occorrenza le maglie del diritto, può diventare “mafia”, il rischio concreto è quello di depotenziare e svilire la lotta alle vere mafie.

A.S.G.A.R.

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4 Commenti

  1. da una parte abbiamo una deprecabile testata che ha provocato una frattura del setto nasale; dall’altra solo qualche mese fa un africano tal Saidou Mamoud Diallo che fa ha ACCOLTELLATO un poliziotto in stazione centrale a Milano; per il primo arresto e prigione in un carcere di massima sicurezza,per il secondo -peraltro irregolare- un fermo che è durato un giorno e mezzo con pronta rimessa in libertà.

    a parere dello scrivente se il primo non avesse “endorsato” con un semplice commento su Fb Casapound -dopo un passato grillino- forse sarebbe ancora libero in attesa di processo…
    ma solo forse.

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