Roma, 25 gen – Esattamente cent’anni fa, il 25 gennaio del 1922, Benito Mussolini fondò la rivista politica Gerarchia. Organo strettamente collegato al fascismo sansepolcrista prima e diretta emanazione del Pnf poi. Nel numero d’inaugurazione del 25 gennaio 1922, Mussolini spiega così il titolo della rivista: «GERARCHIA vuol dire scala di valori umani, responsabilità, doveri, disciplina; significa prendere “una posizione di battaglia contro tutto ciò che tende – nello spirito e nella vita – ad abbassare e distruggere le necessarie gerarchie”, funzionali a qualsiasi sistema. Il FASCISMO rispetta la tradizione ma non può arrestarsi di fronte a gerarchie in declino che, avendo esaurito il loro ciclo storico, sono ormai incapaci di esercitare la loro funzione dirigente. In Italia le gerarchie al tramonto devono cedere il comando alle nuove gerarchie ascendenti nate dal fascismo. L’importante è dunque innestare “nel tronco di talune gerarchie elementi nuovi di vita”» (Benito Mussolini, “Breve preludio per Gerarchia”).

Mussolini e Niccolò Giani

Già nel numero di febbraio 1922, dopo appena un mese dalla fondazione della rivista, Mussolini scrisse un lungo editoriale titolato “Da che parte va il mondo”, nel quale, il futuro Duce d’Italia, sembrò turbato dal dubbio del sofferto passaggio dal movimentismo rivoluzionario della prima ora al Partito Nazionale Fascista con la conseguente direzione istituzionale. Se agli albori di Gerarchia fu quindi proprio il Duce ad esprimere dubbi sul futuro fascismo, quasi un ventennio dopo, nel 1939, sulla medesima rivista il fondatore della Scuola di mistica fascista, Niccolò Giani, tolse ogni dubbio sulla rotta da seguire nel mare mosso delle acque internazionali.

“Non era assurda per i tiepidi e per i pavidi la Marcia su Roma? Per i pessimisti e per i ragionatori non sono state ugualmente assurde la vittoria contro i 52 Stati sanzionisti e la conquista dell’Etiopia? Non era ugualmente assurdo per i miopi, il trionfo della Spagna? […] A questi assurdi Mussolini ci ha abituati da vent’anni, di questi assurdi, oggi, è imbevuta l’anima di tutti noi. La Storia, quella con l’esse maiuscola, è stata e sarà sempre un assurdo: l’assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia; cioè mistica. Fascismo uguale Spirito uguale Mistica uguale Combattimento uguale Vittoria perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte” (Niccolò Giani, “Perché siamo dei mistici”).

I fondatori di Gerarchia

Ma quali furono, insieme a Benito Mussolini, i fondatori della rivista Gerarchia? Nomi oggi semi-sconosciuti nell’ambiente scolastico quanto in quello accademico, vittime di una damnatio memoriae che seppellisce nell’oblio storiografico importantissime ma scomode opere e, in molti casi, gesta eroiche compiute a cavallo delle due guerre mondiali. Uomini e donne forti nell’animo e geniali nell’intelletto, temprati dalla trincea e dai ceffoni, artisti pionieri nel dipingere quella meravigliosa seppur contraddittoria tela che è stato il Novecento italiano. A questi grandi pensatori e artisti, un’Italia oggi irriconoscente e imprigionata da un’élite progressista, ancora dovrebbe moltissimo. Da questi grandi italiani, proprio oggi, quest’Italia molle, astratta e annichilita, dovrebbe ancora cogliere tantissimo.

Gioacchino Volpe

L’illustre cerchia dei collaboratori di Gerarchia fu sempre a numero chiuso e, tra costoro, si annoveravano lo storico Gioacchino Volpe, ufficiale nella prima guerra mondiale, firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti, parlamentare mussoliniano e, privato della cattedra nel dopoguerra, aderente infine al Partito Nazionale Monarchico.

Ardengo Soffici 

Con Volpe vi era il pittore e poeta novecentista Ardengo Soffici che, scontratosi con Marinetti, Carrà e Boccioni in una famosa rissa al caffè delle Giubbe Rosse di Firenze, riconciliatosi poi con i futuristi fonderà la rivista Lacerba insieme a Giovanni Papini e Aldo Palazzeschi, salvo riallontanarsi poi definitivamente dal movimento marinettiano. Ferito sulla Bainsizza e pluridecorato nella Grande Guerra, nel 1918 fonderà Kobilek – Giornale di Battaglia, per collaborare poi con il Corriere della Sera e il Popolo d’Italia. Anch’egli firmatario nel’25 del Manifesto degli intellettuali fascisti, si allontanerà in seguito da Mussolini pur rimanendo fedele al regime e aderendo nel ’43 alla Repubblica Sociale Italiana per la quale fonderà nel 1944 il periodico Italia e Civiltà. Arrestato per collaborazionismo nel 1945 e internato nel campo di concentramento di Collescipoli in provincia di Terni, Soffici verrà poi assolto per insufficienza di prove tornando a dedicarsi all’arte fino alla sua morte nel 1964.

Arrigo Solmi

Un altro prestigioso fondatore di Gerarchia fu lo storico e giurista Arrigo Solmi la quale firma passò da saggi storici sul Risorgimento, il pensiero politico di Dante, il diritto sardo e quello medievale tra Stato e Chiesa, a svariate cattedre universitarie, dove insegnava Storia del diritto italiano, al Manifesto degli intellettuali fascisti e al parlamento, eletto progressivamente Sottosegretario all’Educazione nazionale, membro del Gran Consiglio del Fascismo, Ministro di Grazia e Giustizia, Guardasigilli e infine senatore.

Margherita Sarfatti

Unica donna tra i fondatori di Gerarchia vi è poi la critica d’arte, amante e biografa del Duce, Margherita Grassini Sarfatti. Ebrea veneziana di ricca famiglia amica di Papa Pio X, la Sarfatti abbracciò il marxismo, poi il fascismo e, nel 1928, si convertì al cattolicesimo, per allontanarsi lentamente negli anni da Mussolini prima, e fisicamente dall’Italia poi, tornando in patria solo alla fine del secondo conflitto bellico. Già penna dell’emancipazione femminile sul giornale socialista L’Avanti, seguirà Mussolini al Popolo d’Italia per divenirne redattrice nel 1918. A gennaio di quello stesso anno perderà il figlio Roberto, caporale volontario del VI Reggimento Alpini ucciso da un assalto austriaco sull’Altipiano di Asiago. Coinvolta tra politica e futurismo sarà tra i promotori di Arte Fascista e fonderà, insieme a Sironi e altri artisti di spicco, il cosiddetto Gruppo del Novecento per sottoscrivere poi anch’essa il Manifesto degli intellettuali fascisti.

Franco Ciarlantini e Lorenzo Giusso

Insieme al pubblicista Franco Ciarlantini, l’ultimo dei fondatori, non certo per importanza, fu infine il critico letterario Lorenzo Giusso. Filosofo aristocratico napoletano, traduttore esperto di lingue straniere, istintivo autodidatta nell’arte pittorica, musicale e poetica, varcò nuovi orizzonti artistici che fecero scuola. Fervente seguace dell’attualismo gentiliano e militante fascista, entrò presto in contrapposizione con Benedetto Croce dal quale ricevette forti critiche. Docente universitario di Filosofia morale e teoretica, Letteratura italiana e francese, Storia delle religioni, Lingua e letteratura spagnola, Giusso collaborò con i più importanti quotidiani dell’epoca.

Andrea Bonazza

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