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Francesco Borgonovo da sempre si occupa di tematiche politiche e sociali, con un occhio attento e critico, che esula dal pensiero unico a cui siamo abituati. Già caporedattore del quotidiano Libero e autore del talk show politico La Gabbia su La7, oggi è vicedirettore de La Verità e conduce Iceberg su Telelombardia. La sua ultima fatica letteraria è un libro in cui indaga sul lato oscuro della rivoluzione digitale, e spiega le ragioni per le quali è necessario cominciare a dubitare di un sistema che sta trasformando il mondo in un paradiso per i robot e in un incubo per gli esseri umani.

Borgonovo Fermate le macchine silicon valley
la copertina del libro di Francesco Borgonovo

Per gentile concessione pubblichiamo un estratto del suo nuovo libro intitolato “Fermate le macchine”, edito da Sperling & Kupfer la cui prefazione è stata curata da Mario Giordano.
C’era una volta la Silicon Valley. Qualcosa, con tutta evidenza, è andato storto. Il meraviglioso domani tecnologico che ci avevano prospettato, e promesso, semplicemente non corrisponde al nostro presente. Le previsioni gonfie d’entusiasmo, ripetute fino allo sfinimento nel corso degli anni, non si sono avverate. O, comunque, si sono avverate solo in parte e il prezzo da pagare è troppo alto. Che fine ha fatto, dunque, il nostro futuro? A partire da questa domanda, il romanziere canadese Elan Mastai ha costruito un libro meraviglioso, intitolato Tutti i nostri oggi sbagliati (Sperling & Kupfer). «Il nostro», scrive, «è un mondo di iPhone e stampanti 3D e, che so, bombardamenti con i droni e via dicendo. Ma di sicuro non assomiglia ai Pronipoti.» Cioè al futuro che si immaginava negli anni Cinquanta, fatto di «macchine volanti, cameriere robot, cibo in pillole, teletrasporto, zaini a reazione, marciapiedi mobili, pistole a raggi, hoverboard, vacanze nello spazio e basi lunari. Tutta quella stupefacente tecnologia trasformativa che i nostri nonni erano sicuri fosse dietro l’angolo». Già, non viviamo nel mondo cromato e sfavillante descritto dal cartone animato americano. Il nostro non è un «paradiso tecno-utopico di abbondanza, positività e meraviglia». Perché è accaduto? La risposta, purtroppo, è abbastanza semplice. La colpa non è (solo) della tecnologia, del fatto che non si sia sviluppata abbastanza in fretta e abbastanza bene. La colpa è di chi l’ha gestita, di chi ne ha orientato l’utilizzo e l’applicazione. In primis, quindi, dei guru della rivoluzione digitale, dei signori della Silicon Valley e della loro ideologia. E poi, ovviamente, dei governi e dei politici, che per lo più si sono limitati a subire il cambiamento, quando non l’hanno direttamente sfruttato per il proprio esclusivo interesse. Il risultato è che, all’inizio del 2018, i popoli hanno cominciato a essere stanchi. I paladini dell’innovazione tecnologica si trovano oggi ad affrontare una crisi di fiducia senza precedenti. Lo ha spiegato, sulle pagine di Repubblica, Enrico Moretti, in un ampio articolo intitolato «Il nuovo mondo della Silicon Valley che spaventa tutta l’America», dove nota che «una contraddizione profonda e crescente caratterizza il rapporto tra la società americana e la Silicon Valley. Da un lato», spiega Moretti, «i consumatori americani usano in maniera sempre maggiore i prodotti e i servizi delle grandi imprese high tech. […] Dall’altro lato, però, l’opinione pubblica americana sta diventando sempre più critica nei confronti di Silicon Valley e dell’industria dell’innovazione. Sorprendentemente, la stessa società che acquista con entusiasmo ogni nuovo prodotto che la Silicon Valley immette sul mercato è permeata da un’ostilità politica crescente nei confronti del mondo high tech». Moretti, in particolare, si stupisce del fatto che l’ostilità verso i nuovi padroni del vapore digitale sia «un sentimento pienamente condiviso sia dalla destra sia dalla sinistra». Non è soltanto la base elettorale di Donald Trump – che lo studioso descrive come «prevalentemente bianca, a bassa scolarità e reddito medio basso, culturalmente retrograda e provinciale» – a opporsi alla Silicon Valley. No, sono anche i progressisti, i liberal, cioè le persone ideologicamente più affini ai pionieri dell’high tech. Incredibile, vero?



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