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Roma, 22 giu – Come si può rifiutare l’immigrazione e rifarsi al contempo all’eredità di Roma, città fondata da Enea, noto “profugo” giunto in Italia dalla Troia in fiamme? Uno che “fuggiva dalla guerra”, insomma, come i tanti ragazzoni che arrivano oggi dalla Costa d’Avorio e dal Senegal (anche se lì la guerra non c’è), che quindi andrebbero accolti in ossequio alle nostre radici ancestrali “meticce”. Questa, in estrema sintesi, la brillante trovata con cui, sui social, ha continuamente a che fare chi intenda opporsi all’invasione immigratoria. C’è sempre un semicolto appostato dietro un angolo pronto a giocarsi la carta “invincibile” dell’origine allogena di Enea. Peccato che al vociare del qualunquismo buonista si sia accodato persino il massimo esperto italiano di archeologia romana, Andrea Carandini, che al termine di un pregevole saggio sul culto di Vesta, non ha potuto fare a meno di scrivere: «Il mare di Sicilia pullula di profughi, che scappano da orribili tragedie: le tante Troie oggi distrutte. Di fronte a un profugo bisognerebbe porsi questa domanda: “Se fosse un altro Enea?”» (1).

L’osservazione, in realtà, non meriterebbe neanche risposta. Se qualcuno volesse legalizzare il fratricidio facendo leva sul precedente leggendario di Romolo si guadagnerebbe una camicia di forza in regalo, ma qui non siamo affatto lontani da quel livello. Inoltre le migrazioni di oggi, a differenza di praticamente qualunque spostamento di grandi masse umane nella storia, è costitutivamente incapace di costituire un nuovo ordine, per tutta una serie di ragioni che, ancorché evidenti, sarebbe lungo spiegare qui. Ma anche volendo prendere sul serio l’argomento, è poi così vero che Roma ha una origine così “spuria”? Andiamo a vedere la storia di questo “immigrato” Enea.

La prima apparizione letteraria di Enea avviene nell’Iliade, dove è raffigurato come uno dei più valorosi combattenti troiani, già segnato da un non meglio precisato, ma comunque certo, destino di grandezza. Nel corso di un suo duello con Achille in cui avrebbe potuto avere la peggio, gli Dei intervengono per salvarlo. Dice Poseidone: «È destino, sapete, che scampi. Così non scomparirà senza discendenti e senza lasciar traccia la stirpe di Dardano: l’ha amato, il Cronide, più di tutti gli altri figli che son nati da lui e da donne mortali. Ormai, vedete, Zeus ha preso in odio la famiglia di Priamo. E adesso, sì, regnerà sui troiani la forza di Enea, e i figli dei figli che hanno da nascere negli anni a venire» (XX, 305-307). La discendenza di Enea, quindi, è destinata alla grandezza. Nell’Alessandra di Licofrone, poema di età ellenistica, Enea emerge come l’unico dei reduci di Troia che vada incontro a un destino fausto: «Un giorno i discendenti […] renderanno di nuovo illimitata la gloria dei miei avi, conquistando potere e signoria sulla terra e sul mare» (1226-30). Un destino fatidico, si direbbe. Da compiersi in Italia.

I numerosi poemi epici che narravano la sorte degli scampati alla guerra di Troia raccontavano di molti eroi approdati in Italia, ma sfortunatamente non ce ne è giunta traccia. L’approdo di Enea sulle nostre coste, tuttavia, non sembrerebbe un fatto occasionale. «Dalle testimonianze indirette sappiamo che già nel V secolo a.C. mitografi, storici e geografi greci conoscevano il mito dello stanziamento di Enea nel Lazio», dice Andrea Verdecchia (2). Lo stesso autore aggiunge che all’VIII e VII secolo a.C. «risalgono alcuni reperti archeologici che testimoniano l’antichità del culto di Enea nel Lazio. […] Il culto di Enea nel Lazio ha dunque origini profonde. L’eroe fu venerato dagli antichi abitanti del Lazio come Aeneas Indiges, cioè come l’eroe divinizzato che divenne nume tutelare della nazione latina» (3).

Ma perché un nume tutelare venuto da Troia? Tra le due città, Roma e l’antica Ilio, sembra esserci una insospettata affinità, tanto è vero che «l’origine troiana infatti è stata costantemente ribadita dai romani, persino nel tardo periodo repubblicano, quando il mondo anatolico non suscitava che disprezzo e commiserazione. Ciò sta a significare che i romani ritenevano le peregrinazioni di Enea e l’arrivo dei troiani nel Lazio, non come ipotesi “leggendaria”, ma come avvenimenti realmente accaduti e verificatisi in epoca tanto arcaica da essersi conservati nella memoria collettiva e tramandati attraverso tradizioni orali, soltanto in forma mitica» (4). Dietro questo legame con Troia non può  celarsi la semplice volontà di darsi artificialmente dei natali nobili. E perché, allora, non dirsi discendenti dei nobili achei, bensì delle loro vittime sterminate e disperse? Semplicemente perché le due città condividono una medesima origine.

Abbiamo visto come il capostipite di Enea sia Dardano, la cui progenie l’eroe è destinato ad assicurare alla gloria eterna. Mitico fondatore di Troia, Dardano era, secondo le versioni greche, originario dell’isola di Samotracia o del Peloponneso. Le versioni italiche, però, raccontano un’altra storia. Spiega ancora Verdecchia: «Virgilio, che era poeta di somma scienza, probabilmente attinse a miti locali tramandati solo oralmente e in determinati ambienti, che affermavano che Dardano era originario di Còrito, antichissima città dei Tirreno-Pelasgi identificata con Cortona» (5). L’eroe fondatore dell’epopea troiana, quindi, sarebbe stato un italico. Dal che si evince che il cammino di Enea, in fuga da Troia per poi approdare in Italia dopo una serie di vicissitudini nel Mediterraneo, è inverso a quello del suo avo, tanto che si è potuto dire che «l’impresa di Enea può apparire quasi come il riverbero cadenzato e speculare di quella di Dardano: e se la seconda doveva inscriversi nel quadro di una “primavera sacra”, la prima avrebbe dovuto indicare una fase migratoria di ‘ritorno’ di tipo ciclico, una specie di “autunno sacro”» (6). Enea non avrebbe fatto altro che tornare nella sede ancestrale della sua gente. Per Virgilio, quindi, l’arrivo dei troiani in Italia non va visto «come un’invasione di popolazioni estranee e nemiche, ma come il ritorno nella Penisola dei discendenti della schiatta italica di Dardano, emigrato in epoca arcaica da Còrito in Asia Minore» (7).

Tutto ciò, nell’Eneide, emerge con la massima chiarezza. Quando, per esempio, Enea interroga Apollo su quale sia la terra che gli è destinata dopo la fuga da Troia, il Dio risponde così: «Forti Troiani, la terra da cui traete origine, prima culla dei padri, vi vedrà ritornare nel suo seno materno, reduci. Su, cercate l’antica madre! Dove la casata di Enea, i figli dei suoi figli e i più tardi nipoti, domineranno uno spazio immenso di terra e di mare» (Eneide, III, 115-119). Si parla, quindi, di un “ritorno” alla “antica madre”. Apollo non pronuncia il nome di questa nuova patria. Anchise, sbagliando, la identifica in Creta. Qui, però, si susseguono presagi infausti. Allora i Penati appaiono in sogno a Enea e gli rivelano che la terra che cerca è l’Hesperia: «Questa è la nostra sede; qui Dardano è nato ed è nato il vecchio Iaso: il primo, radice della nostra stirpe. Coraggio, alzati e riferisci raggiante al vecchio padre queste parole inoppugnabili: ricerca Còrito e le terre ausonie; Giove ti nega i campi dittei» (Eneide, III, 167-171). Di cosa stiamo parlando? Hesperia è il nome con cui i greci indicavano un generico Occidente, o anche, in maniera più specifica, la penisola italica. Letteralmente è il luogo in cui il sole “si va a nascondere”, ma allo stesso tempo, secondo una conoscenza spirituale più profonda, il luogo in cui il sole si conserva anche durante la notte più fonda. Quanto alle “terre ausonie”, giova ricordare che Ausonia fu il primo nome d’Italia e gli ausoni i suoi primi, mitici abitanti. I “campi dittei” indicano invece Creta. I Penati dicono quindi a Enea che la terra a lui destinata non è l’isola dell’Egeo, bensì l’Italia. Verso la quale, i troiani sono spinti da un «ineluttabile determinismo sacrale» (8).

Commentando il passaggio di cui sopra, Servio dice espressamente che Dardano e Iaso «lasciarono la loro sede originaria d’Etruria per andare in luoghi lontani» (Commento all’Eneide, III, 167), dopodiché Dardano fondò Dardania, il luogo in cui poi sorse Troia, mentre Iaso fondò Samotracia. Servio, peraltro, riporta più di una versione del mito, segno che si tratta di un racconto assai diffuso e radicato. Allo stesso modo, quando Enea giunge alla corte del re Latino, il quale ricorda che Dardano era «nato proprio da queste parti» (Eneide, VII, 206). L’Eneide, che fra le altre cose è anche un grande poema “nazionale”, prefigurazione di un destino cosmico-storico per i popoli italici, è quindi chiarissima nel delineare l’origine “autoctona” di Enea. Il quale, giungendo in Italia, non fece che tornare a casa, nelle braccia della sua “antica madre”, la terra in cui il sole va a nascondersi, presso popoli antichissimi che hanno la capacità di custodire il sole nel cuore.

Adriano Scianca

NOTE

  1. Andrea Carandini, Il fuoco sacro di Roma, Laterza, p. 139.
  2. Andrea Verdecchia, I miti italici, Il Cerchio, p. 162
  3. Ivi. p. 174
  4. Marco Baistrocchi, Riti e tradizioni di Roma antica, Libri del Graal, p. 8
  5. Verdecchia, op. cit., p. 163
  6. Baistrocchi, op. cit., p. 12
  7. Ivi, p. 7
  8. Ivi, p. 10

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1 commento

  1. dopo centinaia di migliaia di oppositori politici ai regimi in Africa (tutti Silvio Pellico da quelle parti vedo)
    quella di “un altro Enea” francamente mancava; dai manca UFO ROBOT e poi li hanno detti tutti.

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