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Milano, 13 mar – Quando si avvicina la data di certe ricorrenze, come quella di Acca Larentia a Roma e l’anniversario della morte di Sergio Ramelli a Milano, certe “corde” vibrano forte, è inutile negarlo. Tutto si scioglie in quell’urlo: “Presente!”, lanciato in cielo tre volte, con quel vigore tipico dei coraggiosi. Un urlo forte, anche da parte di chi, ormai, conosce la storia (magari anche bene) ma non l’ha vissuta.
Scriveva Dino Buzzati: «Ora se ne vanno… guardateli se ci riuscite. Non piangono, non maledicono, non disperano. Spalla a spalla si allontanano. Pallidi sì, ma senza tremito, con quel passo lieve e fermissimo che un tempo, si diceva, appartenesse ai guerrieri e agli eroi». Chi muore è sempre un “eroe”? Chi muore giovane per difendere le proprie idee è sempre un “eroe”? Sì. Certo. Lo lo è.
La storia di Sergio oggi – anche se sono passati più di quarant’anni – è abbastanza conosciuta; raccontata in molti libri, primo fra tutti quello dedicato e scritto da Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini: “SERGIO RAMELLI – Una storia che fa ancora PAURA” (Associazione Culturale “Lorien” – 2001); il più completo, scritto avendo come riferimento principale gli atti del processo agli assassini. Più di 150 presentazioni in tutta Italia. C’è un’Opera teatrale, ispirata dal libro: “Chi ha paura dell’Uomo Nero – Discorso su Sergio Ramelli”, un dramma in dieci scene di Paolo Bussagli. C’è un documentario: “Milano Burning – Storia di Sergio Ramelli”, diretto sempre da Paolo Bussagli (con molte interviste e approfondimenti su quel periodo storico e scene di animazione). C’è un fumetto: “Sergio Ramelli – Quando uccidere un fascista non era reato” (Marco Carucci, con illustrazioni di Paola Ramella (Ferrogallico Editrice – 2017)… Ecco, si potrebbe cominciare da qui. La Prefazione al fumetto è firmata dal Magistrato Guido Salvini, che fu “Giudice per le Indagini preliminari” proprio nell’Istruttoria del processo contro gli aggressori di Sergio. Ebbene, il dottor Salvini – che pur nella sua carriera ne aveva viste di ogni genere – accettò di scrivere la prefazione del fumetto a una sola condizione: che non gli fossero consegnate le tavole che rappresentavano l’aggressione. Quell’episodio lo ha segnato più di altri, molto più di altri. Troppo disumano.
I ricordi volano, talvolta, complice la primavera, sembra addirittura che profumino, come le parole di Flavia, la sua fidanzatina, che scrisse al settimanale “Candido” per rispondere alla lettera di un’altra giovane: Laura. La sua lettera iniziava proprio così: «Sono la ragazza di Sergio Ramelli», e proseguiva: «…Sergio non dovrà essere dimenticato, ma ricordato e rispettato. Io non odio chi ha ammazzato Sergio, ma provo per queste persone solo un sentimento di compassione, in quanto se un giorno verranno a sapere a quale ragazzo hanno privato il diritto di vivere, non avranno più pace fino alla fine dei loro giorni…». Lo hanno saputo, ma a nessuno, pare, sia venuto alcun rimorso. Purtroppo.
Chissà, viene spontaneo domandarsi, se hanno provato rimorso almeno tutti quei sacerdoti che l’anno seguente (nel 1976), in occasione del primo anniversario della morte di Sergio, gli hanno negato una Messa; perché in tutta Milano non si trovò una sola chiesa disposta a celebrarla.
Nel 1985 si scoprì, per caso, un abbaino (in viale Bligny); lì c’era un archivio incredibile: più di diecimila schedature, tra cui molte fotografie (di cui molte scattate il giorno del funerale di Sergio). Scriveva il giornalista Leo Siegel, sempre sul “Candido”: «Gli animi, attorno all’obitorio, si scaldano. Un fotografo si permette di rivolgere l’obiettivo verso alcuni poliziotti: gli saltano addosso, e salva a stento macchina e rullino. In compenso, dall’adiacente università c’è chi con il volto coperto da un fazzoletto rosso mitraglia indisturbato con teleobbiettivi la gente che sosta sul piazzale. Serviranno ad ingrossare gli schedari dei guerriglieri comunisti e a organizzare nuove spedizioni punitive del tipo di quella che ha assassinato Sergio Ramelli. C’è chi vorrebbe reagire, visto che la polizia non fa una piega, ma l’autocontrollo prevale».
Era così, era proprio così, e quel giorno girarono anche un filmato, sempre ritrovato in viale Bligny. Tutti schedati, anche se con la politica non avevano nulla a che fare. Ce lo testimonia sempre Siegel: «Tre quarti del vasto sagrato sono occupati da giovani e giovanissimi, da ragazzine, sono facce pulite assolutamente nuove, estranee alla politica: i coetanei di un intero quartiere si sono radunati per porgergli l’estremo saluto. Ci sono ex compagni di scuola dello stesso Molinari, amici del bar, compagni della squadra di calcio in cui Sergio giocava con buon profitto. Sul verde delle aiuole, sotto un sole già estivo, tutte quelle magliette colorate, quei jeans suggerirebbero l’idea di un festival giovanile. Invece è l’epilogo dell’ultimo viaggio milanese di Sergio Ramelli».
Ecco, chi abbia conosciuto Ramelli, chi abbiamo vissuto questa triste storia italiana pur senza aver frequentato Sergio, oggi, forse, avrebbe un solo desiderio: potergli chiedere: “Ciao Sergio, come stai?”.
Pierluigi Arcidiacono
 



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