Home » Conoscenza delle acque: dall’antica Roma ai disastri contemporanei

Conoscenza delle acque: dall’antica Roma ai disastri contemporanei

by La Redazione
0 commento
Roma, 4 nov – La cronaca del maltempo, abbattutosi sull’Italia in questi giorni, ci riporta la notizia che Verona si è salvata dall’allagamento grazie a una galleria d’acqua, voluta dal Duce negli anni trenta. La geniale opera idraulica permette di far defluire parte delle acque del fiume Adige verso il lago di Garda, consentendo così di evitare disastrosi straripamenti.
Un territorio come quello italiano, ricco di fiumi e torrenti, ha da sempre visto opere mirabili per la gestione delle acque.  Già gli etruschi, nell’antichità erano noti per le straordinarie opere idrauliche. Famosa per le acque è la cittadina di Nepi (dalla radice Nep, cioè proprio acqua, viene anche il nome del Dio Neptunus, signore dei mari e delle acque in genere). Nepi venne conquistata dai romani dopo la conquista di Vejo, che mise duramente a prova le legioni romane, resistendo all’assedio durato dieci anni.
Un episodio importante, accaduto proprio durante questo assedio, ci ricollega alle notizie di questi giorni. Riporta Tito Livio nella sua storia di Roma, infatti, che le acque del lago Albano iniziarono misteriosamente ad alzarsi di livello, nonostante un inverno rigido e un’estate caldissima e piuttosto scarsa di piogge. I romani, già molto attenti per natura ai prodigi, presero molto seriamente le parole di un indovino etrusco, pronunciate dapprima quasi casualmente fuori le mura di Vejo e poi ripetute di fronte al senato: “Vejo non cadrà fino a che le acque del lago Albano non saranno fatte defluire”. Fu addirittura inviata una delegazione a Delfi, per interrogare il famosissimo oracolo. Anche lì il responso confermava la profezia dell’indovino etrusco. Riporta Tito Livio: «Dunque questo veniva tramandato dai libri fatali, questo veniva tramandato dall’aruspicina etrusca: quando l’acqua del lago Albano fosse cresciuta in maniera anomala, se i romani l’avessero fatta defluire seguendo un particolare rito, avrebbero ottenuto la vittoria sui veienti». E così fecero i Romani, fini interpreti della volontà divina, costruendo cunicoli e diramazioni per far defluire le acque del lago, senza farle giungere fino al mare. Spettò poi a Furio Camillo, chiamato a comandare l’esercito, portare a termine l’assedio di Vejo, con uno stratagemma particolarmente astuto: per evitare di accanirsi contro le inespugnabili mura, fece scavare un cunicolo, giorno e notte, che lo avrebbe portato fin nel cuore della città. Tutto era così pronto per la capitolazione, tanto che, di fronte alle truppe, Furio Camillo pronunciò queste parole: «Sotto la tua guida, Apollo Pitico, e stimolato dalla tua volontà, mi accingo a distruggere Vejo e faccio voto di consacrare a te la decima parte del bottino. E insieme prego te Giunone Regina che ora siedi in Vejo, di seguire noi vincitori nella nostra città che presto diventerà anche la tua perché lì ti accoglierà un tempio degno della tua grandezza».
Ora spesso la storia cela simboli e significati profondi, dietro all’apparenza di eventi determinati solo sul piano materiale. E non è un caso che molti eroi classici, come ad esempio Ulisse ed Enea, debbano affrontare lunghi viaggi per mare prima di arrivare a raggiungere le rispettive mete. E’ sempre dalle acque che si salvano i gemelli Romolo e Remo, abbandonati in una cesta sulle sponde del fiume Tevere.  La conoscenza delle acque e la capacità di gestirle, può allora essere intesa anche come la capacità di arrivare ad una conoscenza profonda, non contaminata dai fantasmi illusori dell’ego o della personalità.
Marzio Boni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati