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Roma, 14 mag – Rispunta, come le margherite in primavera, la questione del conflitto di interessi che, a detta del ministro Bonafede, “gli italiani stanno aspettando da vent’anni”. Si tratta della solita retorica anticasta, rabbiosa e priva di senso eccezion fatta per quel senso di rivalsa nei confronti della classe dirigente e imprenditoriale che i grillini vogliono capeggiare per giungere al sovvertimento del paese e del mondo. E, d’altronde, avere un ex bibitaro al dicastero dello Sviluppo e del Lavoro è già un passo avanti per quanto riguarda la sbronza collettiva che costoro ci vogliono propinare.

Dicono che Salvini solletichi la pancia del paese. Se paragonato a chi chiede che per legge venga vietato l’accesso alla politica a chiunque abbia un patrimonio superiore a dieci milioni di euro, il leader del Carroccio risulta un dilettante. La questione nuova, oltre alle solite minchiate su chi è un imprenditore o su chi è proprietario di mezzi di comunicazione, è proprio questa: la ricchezza come soglia di sbarramento.

La ricchezza oggetto di invidia

In Italia non conviene arricchirsi sia per l’enormità di tasse che ci si trova a dover pagare (la flat tax per le partite iva entro i 65 mila euro ha questo effetto: indurre a fatturare di meno, indurre ad aprire una partita iva nuova, dunque meno tasse per tutti), sia per la concezione delinquenziale che si ha del successo e del guadagno e che da sempre serpeggia nel paese. Giungendo al paradosso che il merito derivante dall’aver creato un cospicuo patrimonio ti si ritorce contro trasformandoti in oggetto d’invidia e d’inquisizione.

La fede cieca nella legalità, nel rigorismo assoluto senza interpretazione della realtà, è tipica dei grillini. Pensare di saperne più di tutti e quindi di poter decidere per tutti, come nel caso di questa legge sul conflitto d’interessi, è da maramaldi e imbonitori. Noi individui, corpo elettorale, possiamo tranquillamente decidere se l’imprenditore col patrimonio oltre i dieci milioni meriti il nostro voto o no, senza che un Di Maio qualsiasi faccia la morale sul denaro che rappresenta il proverbiale sterco del diavolo. D’altronde sono loro che prevedono che nel futuro non dovremo lavorare, vivendo di un reddito universale percepito parimenti da un idiota e da un genio, sebbene in estate Beppe Grillo, l’ideatore di tali minchiate, ormeggi nei porti sardi a bordo di confortevoli barche.

L’indipendenza economica come argine alla corruzione

Questa proposta va di pari passo a quella di abbattimento dell’indennità da parlamentare, ossia la cifra che un parlamentare si porta a casa ogni mese. Sembra un dramma che tale cifra si aggiri attorno ai quindicimila euro mensili, e il Movimento 5 stelle picchia duro da sempre sulla necessità di sforbiciarla come se si trattasse di uno spreco. Il punto, ignorato appositamente da questi nuovi statisti, è che l’indipendenza economica derivante da uno simile stipendio garantisce chi lo percepisce dalla corruzione che ruota attorno gli organismi del potere. Tanto che, per fare un esempio concreto, è difficilmente credibile che l’ex sottosegretario Siri abbia incassato una mazzetta da trentamila euro dato che questa cifra la guadagna in un paio di mesi.

Lorenzo Zuppini

2 Commenti

  1. …giusto, non bastavano 30.000, ce ne volevano 300.000…….. la “scalamobile” della corruzione..
    se sei un corruttibile, marcio dentro, non c’è alto stilendio che possa bloccarti dal commettete furti..

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