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Roma, 18 apr – L’Accademia della Crusca fu fondata a Firenze tra il 1582 e il 1583. Il suo scopo è quello di diffondere e preservare la lingua italiana. Un compito tanto più importante oggi, nell’era della globalizzazione, dove numerose parole straniere, soprattutto anglicismi, stanno lentamente colonizzando l’idioma di Dante, Bembo e Manzoni. E in questo, la nuova scuola del ministro Valeria Fedeli sta dando veramente il peggio di sé. La Crusca ha in particolare attaccato il Miur per il Sillabo programmatico, pubblicato a marzo e dedicato alla promozione dell’imprenditorialità nelle scuole secondarie di secondo grado. Si tratta di un documento di 11 pagine infarcito di forestierismi, da cui la lingua italiana esce letteralmente violentata.

Di qui l’affondo brutale dei Cruscanti e del loro Gruppo Incipit: nel documento, infatti, «l’adozione di termini ed espressioni anglicizzanti non è più occasionale, imputabile magari a ingenue velleità di “anglocosmesi”, bensì diventa programmatica, organica e assurge a modello su cui improntare la formazione dei giovani italiani». L’accademia ravvisa dunque «la meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante, non di rado palesemente inutile, a fronte dell’italiano volutamente limitato nelle sue prerogative basilari di lingua intesa quale strumento di comunicazione e di conoscenza. Concretamente, questo pare il messaggio del Sillabo: per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day». Di qui le logiche conclusioni: «Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana».

La nota del Gruppo Incipit non è certo passata inosservata, tanto che il ministro Fedeli è dovuto intervenire in sua difesa, spiegando che l’utilizzo di tali termini risponderebbe a «criteri di funzionalità». Per il ministro, dunque, sarebbe “funzionale” snaturare la lingua che la scuola dovrebbe promuovere. Non è peraltro la prima volta che i Cruscanti attaccano la Fedeli: lo scorso gennaio il presidente dell’accademia, Claudio Marazzini, aveva protestato vivamente contro la decisione del Miur di redigere in inglese il bando per il finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale (Prin). Anche in quel caso la Fedeli fece appello alla «funzionalità». Qualunque cosa voglia dire.

Elena Sempione

5 Commenti

  1. I libri di testo aumentano di prezzo e alcuni non vengono neanche aperti, ma per i cosiddetti progetti e attività evidentemente inutili per gli studenti, questi sono costretti a rincorrere i programmi anche a scapito di quella aneddotica che costituisce la cornice della nostra cultura. Per non parlare di come viene trattata la geografia! Infine, non sarà che il tanto interesse per l’inglese sia dovuto al fatto che i nuovi Ospiti giungono qui che già lo parlano correntemente e quindi bisogna agevolare il loro l’insediam emmmh scusate, volevo dire integrazione?

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