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Roma, 5 gen – Era stata annunciata come lo “Stranger Things tedesco” condito con atmosfere da Twin Peaks. La nuova serie Netflix Dark, produzione interamente tedesca uscita sotto Natale per la piattaforma streaming attualmente più conosciuta, sembrava insomma dover essere la versione povera ed europea di due serie tv di grandissimo successo, quindi qualcosa di già visto e forse qualitativamente inferiore. Nulla di tutto questo. Dark, almeno nella prima stagione – per la seconda appuntamento presumibilmente per il prossimo Natale – è risultata indubbiamente una delle migliori serie del 2017 e, forse, una delle migliori serie finora prodotte in assoluto. Dimenticate Stranger Things: con la riuscitissima serie vintage anni ’80, questa serie non ha nulla a che spartire se non un mistero che riguarda l’incipit della trama: la sparizione di un ragazzo – anzi, di più ragazzi – nella foresta della tranquilla cittadina di Winden, fatto che innesca una catena di eventi misteriosi che svelerà segreti decennali.

Semmai ci sono molte influenze da parte di Twin Peaks: una cittadina isolata e pacifica, che cela in realtà terribili misteri, le doppie vite di tutti i personaggi solo apparentemente felici, la foresta minacciosa che circonda il paese, ma anche qualche citazione volontaria come le luci dei semafori appena fuori il paese, le riprese all’interno della scuola e molte altre. Ma il tutto si riduce appunto a influenze e citazioni, perché anche dal capolavoro di Lynch Dark si discosta per diventare una serie originalissima che non ha mai avuto similitudini nel passato. Baran Bo Odar, regista e ideatore della serie tv, ci regala una trama di una complessità incredibile, con tasselli e personaggi legatissimi tra loro in tre linee temporali – il 1953, il 1986 e il 2019 – che si intrecciano con una originalità e una precisione narrativa che fa impallidire molti sceneggiatori e registi d’oltre oceano. In 10 puntate non si nota mai un buco di sceneggiatura, un macchinario perfetto con decine e decine di ingranaggi che si incastrano con una perfezione da orologiaio – paragone non casuale, vedete per credere – e il tutto senza mai confondere lo spettatore se non nei momenti in cui è il regista stesso a volerlo, facendo in modo che nulla resti incompreso di tutto ciò che è stato visto se non i misteri ancora irrisolti e lasciati per il prosieguo della serie.

Ma non è solo la perfezione narrativa a rendere Dark un vero capolavoro televisivo. Ovviamente vanno citate le musiche angoscianti e malinconiche di Ben Frost, le atmosfere inquietanti e appunto “dark”, la grandissima interpretazioni di tutti gli attori, tutti elementi che fanno dimenticare il gap tecnico tra produzioni americane ed europee. Ma quello che veramente innalza la serie è il substrato filosofico mai banale che permea il tutto. “Noi confidiamo che il tempo sia lineare, che proceda eternamente, uniformemente, verso l’infinito. Ma la distinzione tra passato, presente e futuro è un’illusione. Ieri, oggi, domani sono conservativi. Sono collegati in un cerchio infinito. Tutto è collegato”. Questo l’incipit della serie, a cui man mano si aggiungono discussioni filosofiche sul tempo e lo spazio che vanno da Einstein, alla fisica quantistica fino a Nietzsche, con l’eterno ritorno grande protagonista in cui ogni personaggio e soprattutto l’intera città di Winden sembrano rivivere ciclicamente la stessa storia, come fossero prigionieri in un Ouroboros temporale da cui non si può uscire. “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo”, “Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è circolo” sono solo alcune delle frasi nietzschane citate dai protagonisti della serie, ma un altro elemento del filosofo tedesco balza all’occhio: la concezione “tridimensionale” del tempo, in cui passato e futuro si compenetrano e influenzano vicendevolmente nell’istante presente.

E così le tre trame temporali scorrono in parallelo, ripetendosi continuamente ma indissolubilmente legate tra loro in modo che non è più chiaro se sia il passato a influenzare le scelte future oppure il contrario. Ma in questo legame che supera le barriere di spazio e tempo non c’è posto per le derive New Age sulla “catena del destino” e per le teorie alla Cloud Atlas dei fratelli – o delle sorelle? – Wachowski. Semmai a fare capolino sono la Tavola Smeraldina alchemica, che appare di sfuggita nel primo episodio, poi tatuata sulla schiena del misterioso Noah e poi sui misteriosi portali nella caverna attorno cui tutto sembra ruotare. E alcuni richiami astrologico-numerici, su tutti il tema del ciclo dei 33 anni – non a caso tra le tre linee temporali passano esattamente 33 anni – ovvero il lasso temporale dopo il quale il calendario lunare e quello solare si riallineano, riportando il cielo stellato allo stesso punto come un respiro cosmico destinato a ripetersi in eterno.

E poi un accenno all’eterna lotta tra Luce e Tenebre, lotta che supera spazio e tempo avvenendo sempre qui ed ora, dove il qui ed ora è ogni momento del tempo che accade in contemporanea con tutti gli altri. Lotta in cui i due contendenti non sono affatto chiari – Noah è davvero il villain della serie? O c’è altro che potrebbe farci cambiare punto di vista? – e dove soprattutto non esiste nessuna morale a cui fare riferimento se non quella che va al di sopra del bene e del male proprio per poter affrontare questa guerra cosmica. Tutti elementi mescolati con una abilità sopra ogni canone, creando una perfetta alchimia – il caso di dirlo – che fa diventare Dark forse il miglior prodotto Netflix finora realizzato. Sperando che con il prosieguo delle stagioni questa perfezione “orologiaia” non vada a perdersi, inseguendo aggiunte, annacquamenti, ripensamenti solo per poter allungare il brodo con più stagioni laddove il successo e il pubblico lo richiedano.

Carlomanno Adinolfi

1 commento

  1. Visto il primo episodio, lascia ben sperare per il resto, visivamente eccezionale e storia complessa, grazie per la segnalazione.

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