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Roma, 11 lug – L’Unesco ha recentemente inserito nel patrimonio dell’umanità anche dieci splendide faggete italiane. L’etimologia del nome deriva probabilmente dal greco phagein, che significa “mangiare”, in quanto il faggio, così come la quercia e la castagna, appartenenti alla stessa famiglia, fu in passato fonte importantissima di cibo sia per gli uomini che per gli animali. Il faggio ha sempre avuto un fascino particolare ed è stato legato a tante leggende e miti. In Grecia ad esempio, è l’albero dove viene appeso il vello d’oro (guardato anche a vista da un drago) ricercato da Giasone insieme ai più famosi eroi, tra cui Castore e Polluce, Orfeo, Ercole e il medico Esculapio. Furono chiamati Argonauti dal nome della nave costruita proprio da Argo. All’impresa si unirà anche Medea, una maga bellissima figlia del Re della Colchide, che sarà determinante per l’esito dell’avventura, grazie agli unguenti ed incantesimi che donerà a Giasone. Infatti, dopo aver superato mille prove, rimaneva sempre da sconfiggere il drago: Medea intona allora un dolcissimo canto, che addormenta il drago. Poi gli spruzza negli occhi un filtro per rendergli il sonno più lungo e profondo. Giasone scavalca il corpo del mostro e finalmente può stringere tra le mani il vello splendente.



Tra le righe, si può sottolineare come gli Eroi dell’antichità spesso superassero la prova del drago senza ucciderlo, al contrario di quello che faranno poi i cosiddetti santi cristiani. A Roma, era ritenuto un albero sacro a Giove. Famoso è l’episodio narrato da Tito Livio, a proposito della faggeta sui monti Cimini, che incuteva terrore anche alle legioni romane e inserita proprio nel patrimonio dell’Unesco: ”In quel tempo la selva Cimina era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l’aveva mai attraversata nessuno, nemmeno dei mercanti. E quasi nessuno, fatta eccezione per il comandante in persona, aveva il coraggio di addentrarvisi: in tutti gli altri era ancora vivo il ricordo della disfatta di Caudio. Allora, tra i presenti, il fratello del console Marco Fabio disse che sarebbe andato in avanscoperta e che di lì a poco avrebbe riportato notizie sicure. Cresciuto a Cere presso suoi ospiti, aveva avuto un’istruzione a base di lettere etrusche e parlava bene l’etrusco. (….) A quanto sembra fu accompagnato soltanto da uno schiavo, che era cresciuto con lui e quindi aveva una certa competenza in quella stessa lingua. Prima di partire, dell’area in cui stavano per addentrarsi non avevano alcuna cognizione, se non qualche sommario ragguaglio circa la natura del luogo e i nomi dei capi delle varie popolazioni, sui quali avevano preso informazioni per evitare di essere smascherati da esitazioni su fatti risaputi”.

“Partirono vestiti da pastori, con addosso armi da campagna, una falce e due spiedi a testa. Ma a proteggerli non furono tanto la conoscenza della lingua né il tipo di armi o di vesti, quanto piuttosto il fatto che nessuno si potesse immaginare uno straniero addentratosi nella selva Cimina. Pare siano arrivati fino agli Umbri Camerti. Lì Fabio ebbe il coraggio di rivelare la loro identità e, introdotto nel senato locale, a nome del console propose di stipulare un trattato di amicizia e di alleanza. Gli riservarono una generosa ospitalità, e lo pregarono di riferire ai Romani che, se il loro esercito si fosse spinto in quella zona, avrebbe avuto a disposizione cibo per trenta giorni, e che la gioventù degli Umbri Camerti sarebbe stata pronta a prendere le armi agli ordini dei Romani. Quando queste cose vennero riferite al console, alle prime luci della sera, mandati avanti gli uomini con i bagagli, diede ordine alla fanteria di seguirli. Egli rimase fermo con la cavalleria e alle prime luci del giorno successivo passò a cavallo di fronte ai posti di guardia nemici collocati al di fuori del bosco. Dopo aver impegnato per qualche tempo i nemici, rientrò all’accampamento e uscendo dalla porta opposta raggiunse la fanteria prima del buio”.

“All’alba del giorno dopo aveva già raggiunto le cime dei monti Cimini. E dopo aver contemplato da quel punto le ricche terre d’Etruria, inviò i suoi uomini a metterle a ferro e fuoco. E i Romani avevano già raccolto un bel bottino, quando si trovarono di fronte squadre raccogliticce di contadini etruschi formate in tutta fretta dai capi della zona, ma in maniera così disordinata, che quanti erano venuti a riprendersi la preda per poco non finirono essi stessi oggetto di preda. Dopo aver eliminato o messo in fuga i nemici, e dopo aver razziato in lungo e in largo le campagne, i Romani rientrarono al campo in trionfo e carichi di ogni avere. Lì erano arrivati casualmente cinque delegati e due tribuni della plebe per comunicare a Fabio l’ordine del senato di non attraversare la selva Ciminia. Felicitatisi per essere arrivati troppo tardi per impedire lo scoppio della guerra, rientrarono a Roma ad annunciare la vittoria”. Prudenza, rispetto e coraggio si erano rivelate ancora una volta fondamentali per portare Roma alla Vittoria.

Marzio Boni

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