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I Disciplinatha li vidi nel 1996, da liceale iper-sfigata, al centro sociale anarchico «Il Fantasma» di Bergamo. È inutile storcere il naso alla parola «centro sociale»: che si voglia nascondere la testa sotto la sabbia o meno, da quei luoghi, all’epoca, passava la maggior parte della proposta musicale del circuito autoproduzioni, ovvero l’alternativa alla pattumiera pop-rock italica e internazionale degli anni Novanta. Ricordo che l’altro csa cittadino, di estrazione comunistoide, aveva tacciato gli anarchici di fascismo (sic) per aver ospitato il live dei Disciplinatha, intimando a tutti di boicottare l’evento. Questo «incidente diplomatico» rappresentava la quotidianità nella vita della band, che è meravigliosamente descritta – tra milioni di altre cose – nel libro Tu meriti il posto che occupi, la monumentale biografia del gruppo a cura di Giovanni Rossi, uscito lo scorso novembre per Tsunami Edizioni.     

Disciplinatha ha sempre ragione

Riuscendo ad inimicarsi ogni area politica esistente, i Disciplinatha sono stati liquidati come provocatori da chi non provò mai a comprenderli. Profetizzarono, invano, molti degli orrori di cui la società e la politica sono vittime oggigiorno, creando al tempo stesso una proposta musicale completamente fuori dagli schemi. Sono stati la spina nel fianco di tutti i «saputi recensori» che, nel corso degli anni, hanno cercato di incasellarli in qualche definizione ideologica. Flirtavano a tal punto con l’immaginario nazional-rivoluzionario, giustapponendolo all’estetica cut-up di estrazione punk, che alla fine – così come accadde a Giovanni Lindo Ferretti dei Cccp-Csi – hanno finito, più o meno involontariamente, con l’assumere alcune posizioni riferibili all’area sovranista e antiglobalista.

Già negli anni Novanta
profetizzarono molti
degli orrori delle attuali
società globaliste

Questo non significa che li si debba ritenere «nostri»: i Disciplinatha non sono mai stati di nessuno. Con gli attuali schemi concettuali, tendenti al «rialzo» e all’estremizzazione cinica di ogni rappresentazione, alcune loro provocazioni oggi potrebbero quasi far sorridere: ma consideriamo che l’uso libero e indiscriminato dell’iconografia del Ventennio andava inserito nel contesto della regione di provenienza della band, l’Emilia, in cui il controllo capillare del Partito comunista raggiungeva livelli orwelliani. Avendo capito che ormai l’essere anti-sistema non era più trasgressivo, i Disciplinatha decisero di evocare il Male Assoluto. Dalla fanzine «Fiamma Nera» alla critica della globalizzazione tramite collage di loghi commerciali con foto di guerra, la band non si limitava alla provocazione punk innocua e preconfezionata alla Sex Pistols: per loro ogni sfida al «sistema Emilia» imponeva il pagamento di un prezzo, come il farsi musicalmente attorno terra bruciata, o il vedersi le copie della fanzine finite nella pattumiera della festa de L’Unità.

La critica ai centri sociali

Nemmeno il conformismo dei sedicenti «alternativi» era risparmiato dalla loro critica iconoclasta, e veniva crudamente e lucidamente messo alla berlina: nette in questo senso furono la loro avversione verso il rap e le parole di condanna alla nuova identità dei centri sociali, che avevano voluto «fare impresa» (e cassa) ponendosi fuori dalle regole e dagli oneri a cui devono sottostare normalmente le imprese. Coraggiosi, incoscienti, sfrontati? O semplici «sbandati», come li definì Lindo Ferretti? Lascio a voi il giudizio, magari dopo esservi procurati la loro biografia. Non che ai Disciplinatha importi.

Cristina Gauri

1 commento

  1. I Disciplinatha… Semplici opportunisti, come i tanti altri che popolavano la Bologna Rock nei tardi anni ’80, seppure un po’ più furbi: avevano già intuito all’epoca la necessità di creare scandalo (anzi, “scandaletto”, perché gli unici a drizzare vagamente il pelo furono i compagni più giovani e ortodossi. Quelli anziani, che il potere lo gestivano draconianamente ma in modo raffinato, si guardarono bene dal far attrarre l’attenzione su di loro).
    Ricordo che alla prima denuncia per apologia di fascismo, mi pare dopo un concerto a Padova, si fecero difendere dall’avvocato di Democrazia Proletaria – che forse qualcuno ricorderà come l’evoluzione “istituzionale” della vecchia Autonomia.
    L’ unica band bolognese del periodo effettivamente schierata a destra furono i Rip Off; ma l’estrazione individuale dei componenti era assai più modesta, rispetto a quella dei Disciplinatha, all’interno dei quali militava allora anche una giovane promessa del cinema di Avati (che forse proprio così si trovò poi la strada sbarrata in ambito artistico).
    Purtroppo, anche se é difficile da credere per chi non conosca la realtà bolognese/emiliana, fare opposizione al sistema era (ed é ancora) quasi impossibile: qui il vecchio “Partito” – come ancora viene timorosamente appellato – ha saputo legare i cittadini in una rete di interessi ormai sedimentati e trasversali, che coinvolgono ogni singola categoria professionale, ogni ambito della vita, ogni famiglia, ogni cittadino…
    Mai in nessun altro luogo, la sintesi (precoce) di comunismo e liberalismo, sostenuta dal carattere settario e meccanicistico della popolazione, ha dato prova simile di capacità manipolatoria e plasticità politico-ideologica… L’ oscenità impercepita del modello emiliano é sussunta, per ironia della sorte, nel concetto tutto marxista di “reificazione”; una reificazione dell’individuo operata però proprio grazie alle dottrine che avrebbero dovuto liberarlo!
    [Chissà, forse anche il pensiero posthegeliano di sinistra risente dell'”inversione” dovuta all’avvento del Kali Yuga!]
    I “nostri” Disciplinatha furono in fondo solo una scoria, nel processo di fabbricazione del consenso attraverso la sistematica occupazione di ogni spazio della sfera sociale giovanile in quel determinato periodo. Riappropriazione, si badi, compiuta della sinistra istituzionale, che proprio nei tardi anni ’80 chiuse definitivamente i conti con il movimento del ’77: da un lato, liquidando i devianti irriducibili (spesso per mezzo dell’eroina, che da queste parti fece una vera e propria strage); dall’altro, integrando i “ribelli”, quasi sempre viscide canaglie della peggior specie – anche peggiori dei vecchi compagni stalinisti – all’interno delle strutture amministrative cittadine, col doppio risultato di disarmarli definitivamente e di garantire l’ennesima autoriproduzione del Partito stesso mediante il coinvolgimento di clivages “nuovi” entro le riserve elettorali.
    Bisogna riconoscere che i Disciplinatha non finirono nel calderone emergente dei centri “sociali”, o quantomeno ci finirono solo tangenzialmente (nella fase iniziale, se non erro, gravitarono attorno all'”Isola nel Kantiere”, una realtà fondata da figli di papà provenienti dall’alta borghesia bolognese, poi rilevata perlopiù da studenti meridionali trapiantati). Ma ciò fu forse dovuto a ragioni anagrafico-generazionali ed ai continui cambi di line-up del gruppo, che ad un bel momento scomparve dalle scene.
    Per concludere, sono del parere che i Disciplinatha non siano mai stati “alternativi” a nulla; pur senza essere organici al dispositivo culturale emiliano, consentirono però ad esso di lasciarli in vita, garantendo in tal modo patenti di “lungimiranza”, “democraticità” e “tolleranza” dell’arte ad un sistema che ne era (e ne è) la negazione più stridente ed assoluta.
    Come recita, più o meno, un verso di una canzone degli Ianva (questi sì radicalmente rivoluzionari e alternativi!): “se al termine di una stagione di lotta non ti é ancora successo nulla di veramente grave, é probabile che tu abbia lottato in favore del tuo nemico, e non contro di esso”.

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