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donitzRoma, 1 mag – Dieci e venti. In queste due cifre, ossia nei dieci anni come comandante della U-Bootwaffe, l’arma sottomarina tedesca, e nei venti giorni, dal 30 aprile al 23 maggio quale presidente del Reich come nominato da Adolf Hitler nel suo testamento, è racchiusa la vita del Grand’Ammiraglio Karl Dönitz (1891-1980), esecutore funebre, suo malgrado, delle esequie del “Terzo Reich Millenario” con la resa incondizionata firmata per suo ordine a Rheims in Francia il 7 maggio 1945.



Militare di professione già nella Marina Imperiale del Kaiser, Dönitz prestò servizio nella prima guerra mondiale su diverse navi da guerra di superficie, operando sia nel Mediterraneo contro le navi italiane e degli Alleati sia nel Mar Nero al fianco dei turchi contro le navi russe. Nel 1918 fu poi trasferito nei sommergibili, comandando l’U-Boot UB-68 sino al suo affondamento e conseguente cattura da parte inglese nell’ottobre dello stesso anno, e iniziando così il suo lungo sodalizio di grandi successi e dure sconfitte con queste temibili armi – letali tanto per il nemico quanto per i loro equipaggi. Nonostante la capitolazione nel 1918 del Kaiser Guglielmo II e delle forze armate tedesche, Dönitz come molti altri ufficiali fu liberato solo nel 1919, tornando in Germania nel 1920 e trovando una nazione affamata dalle conseguenze del blocco navale e economico Alleato, schiacciata dalle vessanti clausole di resa, e in preda alla guerra civile. Presto Dönitz riuscì a entrare nella nuova Marina da guerra concessa alla Repubblica di Weimar, la Reichsmarine, venendo promosso più volte negli anni ’20 e ’30 e, dopo alcuni imbarchi su Torpediniere e crociere su Incrociatori, gli fu dato l’incarico del comando in capo della nuova U-Bootwaffe, consistente allora nella sola prima Flottiglia di U-Boot nel 1935, composta da appena tre piccoli sommergibili costieri tipo II.

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Intanto, dopo l’avvento al potere dell’NSDAP e di Hitler, la Reichsmarine veniva rinominata Kriegsmarine. Un cambiamento non solo di nome, poiché il cancelliere Adolf Hitler, pur privilegiando l’Esercito e la rinata Luftwaffe, potenziò decisamente anche la Marina da guerra al comando del Grand’Ammiraglio Erich Raeder, denunciando le limitazioni precedentemente imposte dagli Alleati. Pur con queste nuove risorse, Raeder e Dönitz erano comunque consci che la Kriegsmarine sarebbe stata nettamente inferiore come forze alle Marine avversarie, e in particolare alla potente e ben addestrata Royal Navy inglese. Fu in questo quadro che Dönitz iniziò a concepire di usare i suoi U-Boot non solo come un’arma ausiliare delle navi di superficie contro le navi da guerra nemiche, ma per cercare di strangolare i rifornimenti navali avversari attaccando il naviglio mercantile, ricorrendo ai nuovi, veloci e robusti U-Boot “Atlantici” tipo VII e a tattiche innovative quali il “Branco di lupi”, dove gli U-Boot non avrebbero attaccato singolarmente le navi dei convogli mercantili nemici, ma in gruppo concentrandovi contro il maggior numero di unità e da diverse direzioni, dopo aver atteso il momento propizio, attaccando di notte e in superficie, per poi immergersi e quindi attaccare nuovamente serrando il più possibile le distanze.

Nonostante tale dottrina fosse osteggiata da Raeder e altri comandanti della Kriegsmarine, Dönitz e i suoi ufficiali sommergibilisti si misero all’opera, addestrando con rigore comandanti e marinai, formando personale dall’alto valore tecnico e di grande aggressività, e destando l’attenzione di Hitler su questa specialità e sul suo comandante. La corsa contro il tempo di Dönitz per potenziare la U-Bootwaffe finì nel settembre 1939, quando all’inizio delle ostilità poteva schierare solo 57 sommergibili, dei quali solo 46 operativi e ancor meno quelli “Atlantici” contro le centinaia di navi da guerra e migliaia di mercantili Alleati (per paragone, l’Italia schierava più di 100 sommergibili, quasi alla pari con le flotte di USA e di URSS). Nonostante questo handicap, gli U-Boot si lanciarono tra le grigie onde del Nord Atlantico e nel Mare del Nord e, grazie alle tattiche del “Branco di lupi”, all’addestramento e alle caratteristiche tecniche degli U-Boot tipo VII iniziarono a far strage di mercantili inglesi e Alleati, approfittando dell’iniziale sorpresa della unità di scorta nemiche di fronte a questi nuovi metodi d’attacco.

Iniziò così il periodo dei “Tempi felici”, durato dal 1939 al 1941, come definito dagli equipaggi di U-Boot, i quali potevano attaccare quasi impunemente il naviglio nemico. I nomi degli assi degli U-Boot come Kretschmer, Schepke, Prien, Endrass, Topp e molti altri, con decine di migliaia di tonnellate di naviglio mercantile e militare affondate, sono passati dai bollettini di guerra ai libri di storia editi in tutte le lingue dal primo dopoguerra agli ebook di oggi. Ma la Marina inglese iniziò quindi a mettere in campo delle contromisure, sia adottando e perfezionando nuovi mezzi di scoperta, come diversi tipi di sonar passivi e attivi (il famoso “ping… ping…” di tanti film) e di attacco, con nuove bombe di profondità e armi antisommergibile, sia sviluppando aerei specializzati nell’attacco agli U-Boot e integrando nei convogli delle portaerei di scorta, sia cercando di intercettare le comunicazioni radio dei sommergibili, sia per localizzarli con radiogoniometri con apparati HF/DF che per decrittarne il codice ENIGMA.

Queste misure portarono a un graduale inasprimento della lotta degli U-Boot nel 1942, anche se un secondo “Tempo felice” fu colto dai sommergibili tedeschi in quell’anno contro il traffico mercantile a ridosso del Nord America, colto impreparato al momento dell’entrata in guerra americana contro la Germania. Per tutti questi successi, Dönitz fu insignito della Croce di Cavaliere nel 1940 e promosso Ammiraglio nel 1942. Ma già nell’anno successivo, il 1943, la bilancia iniziò a pendere drammaticamente verso la difesa antisommergibile Alleata, nonostante gli sforzi di Dönitz, promosso intanto Grand’Ammiraglio e incaricato da Hitler del comando dell’intera Kriegsmarine al posto di Raeder, e dei suoi uomini. Nel 1944-1945 la situazione della Kriegsmarine guidata da Dönitz seguiva le inesorabili sorti delle Armate tedesche su tutti i fronti: costrette alla difensiva ma proseguenti il combattimento con un disperato accanimento.

Per gli U-Boot, ormai una crociera operativa su due si concludeva Karl_Dönitz_coloredtragicamente: eppure, sino all’ultimo non mancarono mai volontari per quest’arma che tanti successi aveva ottenuto, ma che vide ben 27.000 caduti su 39.000 effettivi, e 630 U-Boot persi su 863 operativi, un rateo di perdite che sorpassò persino quello dei Kamikaze giapponesi! D’altra parte, gli U-Boot avevano affondato 2.779 mercantili per 14 milioni di tonnellate, e decine di navi da guerra, comprese alcune corazzate e portaerei inglesi. Oltre alla continuazione della guerra senza speranza degli U-Boot, una priorità di Dönitz e della Kriegsmarine in questa ultima fase fu l’appoggio alle unità di terra della Wehrmacht e delle Waffen-SS nei combattimenti nelle province tedesche dell’est investiti dall’Armata Rossa: in un ultimo disperato sforzo, le ultime poche grandi navi da guerra della Kriegsmarine, in precedenza messe “in naftalina” da Hitler nel 1943, insoddisfatto dalla loro condotta di guerra in quell’ultimo anno sotto il predecessore di Dönitz, il Grand’Ammiraglio Raeder, presero il mare, battendo con i loro grossi calibri i carri armati T-34 e Stalin e i fanti russi avanzanti in Prussia Orientale, e dando momentaneo respiro alle città costiere assediate, da dove si imbarcavano centinaia di migliaia di profughi – questi veri – in fuga dalle violenze e stupri dei sovietici.

Fu infatti questa la più grande operazione di salvataggio dal mare di tutta la seconda guerra mondiale: con l’operazione la Kriegsmarine organizzò e protesse la fuga di ben due milioni e mezzo di donne, anziani e bambini tedeschi e 600.000 feriti, impiegando tutte le sue residue forze, dalle navi da battaglia, agli ultimi cacciatorpediniere sopravvissuti alle battaglie di Narvik, del mare del Nord e del Canale, al naviglio minore, dalle navi da crociera ei pescherecci, traghettandoli sotto gli attacchi aerei e navali sovietici e nonostante i porti seppelliti dai bombardamenti Alleati. Un’operazione coronata da successo, nonostante i tragici e dimenticati naufragi dei transatlantici Gustloff e Goya e con circa 10.000 morti tra i civili trasportati e periti nelle gelide acque del Baltico, queste sì vere “più catastrofiche tragedie del mare”.

Il carico di questa tremenda responsabilità quasi spezzò il cuore dell’Ammiraglio Theodor Burchardi, uno degli ufficiali a capo di questa titanica operazione, vera antitesi all’attuale “Mare Nostrum” e “Triton”, che il 24 aprile 1945 subì un infarto durante un briefing con i suoi collaboratori: un Uomo e Ufficiale, al contrario di tale Giuseppe De Giorgi e i suoi festini, la cui qualifica di “ammiraglio” in questo caso evoca più il titolo di un vecchio libro del pilota e giornalista Antonino Trizzino che l’onore di un alto grado di responsabilità militare. Dönitz dovette però distogliere le sue attenzioni da queste vicende quando fu convocato assieme ai vertici militari e politici tedeschi nel Führerbunker nella Berlino assediata dai sovietici dall’aprile 1945. Incaricato anche della difesa terrestre della Germania nel settore Nord il 12 aprile 1945, Dönitz, il quale, pur conscio della stima di Adolf Hitler nei confronti del “capo degli U-Boot”, si era sempre tenuto ai margini delle lotte di potere intorno a Hitler, rimase sorpreso quando, dopo il suicidio di Hitler e di Eva Braun il 30 aprile 1945, scoprì alla lettura del testamento del Führer di essere stato designato come suo successore alla guida della Germania e del III Reich!

Accettato questo grave incarico, Dönitz costituì un nuovo governo volando via da Berlino a Flensburg, nel nord della Germania: qui cercò di coordinare quanto restava delle forze armate tedesche e di salvaguardare la popolazione della Germania, negoziando con gli Alleati la resa. Dopo la resa incondizionata, effettiva l’8 maggio 1945, il governo Dönitz rimase in carica sino al 23 maggio, quando l’intero governo fu arrestato dagli inglesi. Incarcerato in Inghilterra e processato per crimini di guerra a Norimberga nel 1946, fu condannato per la “guerra sottomarina senza limiti” e rilasciato nel 1956. Rimase coerente con la sua visione del dovere verso la Germania, verso il suo popolo e verso i suoi marinai sino alla fine, e, mentre le autorità civili della nuova Germania Federale non solo lo ignorarono ma cercarono persino di sottrargli la sua pensione di guerra, i suoi vecchi nemici, gli ufficiali delle marine inglesi e americane, che già lo difesero all’epoca del processo di Norimberga e dopo dall’accusa di aver condotto la “guerra sottomarina senza limiti”, parteciparono numerosi ai suoi funerali il 24 dicembre 1980, affianco agli ufficiali tedeschi della nuova Bundesmarine, i quali sfidarono il divieto di partecipare ai funerali in divisa, schierandosi accanto ai vecchi marinai dei “Lupi Grigi” dell’Atlantico, e a più di cento decorati della Croce di Cavaliere partecipanti all’ultimo addio al “Die Löwe”, “Il Leone”.

Andrea Lombardi

 

 

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5 Commenti

  1. Bellissimo ricordo di un grande uomo che seppe servire la sua patria a quei tempi sovrana in maniera encomiabile

    • Mi associo pienamente, al presente commento.
      Uno dei personaggi storici, nonché comandanti militari che più ammiro.

    • Su youtube si puo’ trovare il filmato del luogo di sepoltura,
      dove vi sono anche le lapidi dei 2 figli di Donitz morti sui sommergibili , uno nella manica e uno in atlantico, all’ età di circa 22 anni, ambedue con il grado di tenente della marina tedesca. Del filmato dei funerali di Donitz nel 1980, dove molti ufficiali non rispettarono il divieto di mettere la divisa, non c’è traccia. Si vede che non si vuole far vedere un atto di stima umana da parte di chi ha voluto far passare per criminali chi si era unicamente opposto al dominio dei banchieri occidentali e si era messo a stampare moneta dello stato prodotta a costo zero e non dovuta a nessuno(Italia e Germania). Cio’ era ed è assolutamente inaccettabile per i banchieri centrali che con i loro istituti di emissione privati in cambio di carta si prendono tutte le ricchezze dei paesi

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