Roma, 2 set – Millenovecento quaranta. Poco più di quaranta miglia. Quattrocentomila soldati inglesi ed una linea retta da attraversare sul mare. E poi il tempo, il nemico invisibile sempre in marcia. Non tutto ciò che avanza, prima o poi ritorna. Il Dio del cinema può: Dunkirk di Christopher Nolan.

È finalmente arrivata nelle sale italiane, leggermente in ritardo rispetto al resto del mondo, l’ultima fatica di quello che possiamo considerare l’autore cinematografico più rappresentativo degli anni Duemila: la mente dietro capolavori come Memento e Inception. L’autore della trilogia definitiva de Il Cavaliere Oscuro. L’uomo che ha saputo portare Nietzsche nella fantascienza, con l’ultimo e gargantuesco Interstellar.

Questa volta però, per la prima volta, il regista lo fa cimentandosi con la Storia: sono i giorni tra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940 e i soldati delle forze alleate, bloccati sulla spiaggia di Dunkerque, si ritrovano circondati dalle forze tedesche e costretti ad una manovra d’evacuazione verso la Gran Bretagna. Per oltre quattrocentomila soldati britannici, l’unica via di fuga è il mare. Parte così quella che è stata ribattezzata “Operazione Dynamo”.

Riferendosi ad un episodio storico, il plot è ovviamente e pensiamo volutamente semplice. Nolan ha voluto realizzare un film di guerra e, si badi, non su La Guerra. Tanto per esser chiari: i tedeschi sono a malapena percepiti all’interno del film, e per fortuna. Come ha (stranamente, ndr) fatto notare qualche saggio critico d’oltreoceano ai soliti bigotti dell’antifascismo, che accusavano il regista di aver “dimenticato” i nazisti: Hollywood non si stanca mai di denunciare i nazisti. Se per una volta non lo fa, non sarà certo la fine del mondo.

La vera domanda nei mesi che ci hanno separato dalla proiezione – per chi come il sottoscritto considera l’anglo-americano il più originale e sofisticato tra i registi hollywoodiani – è stata semmai un’altra: ha saputo Nolan rimanere fedele al suo cinema in un film di guerra? La risposta è assolutamente affermativa e basta analizzare la pellicola alla luce degli elementi classici del cinema nolaniano per comprenderlo: la maschera, il labirinto e il tempo.

Proprio come nella trilogia di Batman, nei personaggi principali è evidente il dualismo tra verità e illusione. La rappresentazione manichea di forze contrastanti, manifesta per il tramite della maschera. Sia essa simbolica, come nel caso dell’aviatore Cillian Murphy – sfigurato in viso dalla paura di tornare sul campo di battaglia – che reale, come quella indossata da Tom Hardy per tutta la durata del film. Ci piace pensare che il regista abbia voluto tessere un nesso proprio tra i personaggi interpretati dai medesimo attori nelle due pellicole (la Trilogia del Cavaliere Oscuro e Dunkirk): in un trionfo di contrasti squisitamente nolaniani, lo Spaventapasseri (Cillian Murphy) abituato a sfruttare la paura come arma, ne cade vittima in Dunkirk, e Bane (Tom Hardy) – la forza fisica, esiziale, sconvolgente – diventa qui razionale, preciso e calcolatore.

Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola retta? Errato. Se c’è un regista in grado di sconvolgere la geometria euclidea, questi è Christopher Nolan. È il labirinto l’habitat naturale del regista. Ce l’aveva già insegnato con Inception: quello dell’anima che si perde o che cerca a tutti costi la vita. Quello geografico, concreto, vettoriale. Com’è possibile, direte voi, essere labirintici se dal punto A (Dunkerque) devo spostarmi al punto B (la costa inglese)? Ebbene Nolan, vi fornirà la risposta, in un eterno ritorno di movimenti bidirezionali, di eliche ferme o in rotazione, di gozzi in partenza e caccia-torpedinieri in ritirata.

E infine il tempo: quello scandito meravigliosamente dalla colonna sonora di Hans Zimmer, mai come questa volta elemento portante. Quello sapientemente decomposto tra chi scappa (una settimana), chi corre in aiuto (un giorno) e chi veglia con coraggio sulle anime in fuga (un’ora). È l’eterno ritorno l’architettura temporale del regista. Il cerchio che si chiude. Interestellar docet.

Come scrive Massimo Zanichelli: “Se anche per Nolan il tratto più breve e ordinario tra due punti è una linea retta, la distanza che la percorre assumerà inevitabilmente una forma curva, concava o circolare, che consola, e forse risarcisce, l’essere umano segnato dalla consapevolezza che la vita è un segmento lineare dalla fine annunciata. È la via d’accesso all’eternità, dove il tempo della finitezza è una variabile sconosciuta e dove si risolvono tutte le opposizioni fondamentali tra l’esistenza e la sua rappresentazione: discontinuità e continuità, vuoto e pieno, imperfezione e perfezione, morte e vita”. Non tutto ciò che avanza, prima o poi ritorna. Il Dio del cinema può.

Davide Trovato

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