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È opportuno che ci siano migliaia di persone ai funerali di Giulia?

by Stelio Fergola
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Roma, 5 dic – Occorre quanto meno interrogarsi sui funerali di Giulia Cecchettin, perché il fatto è stato troppo grave da non coinvolgere osservatori e pressioni mediatiche di ogni genere. Si dirà: “Allora è normale la presenza di 10mila persone“. D’accordo. Se la mettiamo su questo piano, però, al tempo stesso è normale e lecito rifletterci. Perché anche quella è una conseguenza della “mediaticità” della tragedia.

Funerali di Giulia, 10mila persone

Esequie con migliaia di persone al seguito. Ovviamente, non è la prima volta che accade. Su questioni simili è la famiglia a dover comandare: insindacabilmente, aggiungerei io.  Ma la domanda resta: è opportuno? Parliamo di una tragedia di proporzioni immani, di un assassinio violentissimo nei confronti di un’ innocente, combinato con la più intima delle cerimonie: quella relativa alla morte che precocemente l’ha travolta. Dunque, la domanda potrebbe essere posta in modo diverso, piuttosto che sull’impersonale: noi, cosa faremmo?

La risposta

Posso parlare esclusivamente a nome mio, chiaramente, ma dubito di essere così isolato: non renderei mai il funerale di mia figlia un evento di massa. Troppo il dolore che fatico soltanto a immaginare, troppa la devastazione interiore che mi travolgerebbe, da dover pure pensare a giornalisti e a cittadini contriti, sinceramente o meno poco importa. Un piccolo esempio personale può essere d’aiuto: ho perso mia madre quando avevo 28 anni, e per me fu un colpo tremendo. Per gli imbecilli che purtroppo esistono e potranno capitare anche su questo articolo: non sto minimamente paragonando le due situazioni. Non credo esista dramma peggiore di quello di perdere un figlio o una figlia, specialmente per un efferato omicidio. La natura prevede infatti che siamo noi a dover sopravviere ai nostri genitori e qualsiasi cosa inverta questo ordine è chiaramente una disgrazia senza alcun paragone.

Dunque, l’esempio personale è solo citato per esprimere un sentimento cinico ma molto realistico: quello della noncuranza. Non mi fregava niente delle pacche sulle spalle di amici e parenti, non mi importava nulla delle parole di conforto, che magari erano ben gradite ma sostanzialmente poco influenti. Non mi interessava, in generale, cosa dicesse chi stava intorno a me. L’unica cosa che contava è che mia madre non c’era più. E non credo che per il “conforto gradito” siano necessarie 10mila persona. Ma questa è solo una personale interpretazione. Se la famiglia ha deciso così, così sia.

Stelio Fergola

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