Roma, 19 ago – Stato e beni culturali, il caso degli Uffizi mette in allarme. Nonostante i numeri da record, la galleria rischia di chiudere per mancanza di personale. Viene in mente uno dei dogmi della religione liberale, quel “poco Stato ma che fa le cose per bene”, sempre in voga negli ambienti globalisti. Si tratta soltanto dell’ultimo segnale di un processo distruttivo che va fermato ad ogni costo. Ecco perché.

Mancano soldi per un settore che è fondamentale per le future generazioni

Il valore pedagogico dei beni culturali è talmente importante che non andrebbe neanche sottolineato. Siamo costretti a farlo perché, al netto di tante belle parole provenienti dagli ambienti politici, la cruda realtà è quella di un universo sempre più tralasciato nell’economia delle scelte future, in favore della tecnica, del cosiddetto progresso scientifico, matematico e informatico, e di un mondo che, in generale, sembra aver dimenticato completamente la cultura. Una cultura che è formativa delle generazioni di giovani, prima ancora che orgoglio nazionale, e che viene – senza dirlo esplicitamente – messa sempre più ai margini da uno Stato che non ha i soldi neanche per asfaltare le strade.

Soldi assenti, mancanza di risorse, una situazione dovuta anche e soprattutto alla perdita di indipendenza economica sviluppata dallo Stato stesso negli ultimi decenni. Tra fine dell’indipendenza monetaria e la sottomissione a parametri europei francamente indecenti, lo Stato è sempre meno in grado di “blindare” i beni culturali, e quindi i musei, le gallerie, le opere d’arte in generale. Lo Stato assume personale non qualificato, spesso gratis, per continuare a investire sempre meno. È il mondo della cultura in generale ad essere in profonda crisi, come dimostrano anche storie tristi di recente emerse nel piattissimo universo dell’archeologia (emblematico il caso del giovane licenziato dalla coop per aver spifferato ai media sulle sue misere paghe).

Lo Stato non deve solo controllare, ma espandere e sostenere i beni culturali

Lo Stato deve fare molto di più che controllare i beni culturali, tutti, senza nessuna eccezione. Lo Stato deve finanziarli. Deve retribuire regolarmente il suo personale. Non stiamo parlando di un settore in cui la competitività ha un peso rilevante per la produttività, ma di un ambito in cui il “mercato” da solo non può bastare, dal momento che le opere da mantenere hanno bisogno di sostegni costanti e di valore indefinito. Dal momento che il personale qualificato serve come il pane, ed è incredibile che non venga valorizzato e retribuito, visti i numeri di laureati in storia dell’arte e affini che pure ci sono nel nostro Paese.

Stelio Fergola

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