Nelle sue prime mosse da premier in pectore, Giorgia Meloni sembra aver tenuto a mente una sola regola: non ripetere gli errori di Matteo Salvini. Il riferimento è ovviamente all’esperienza del leader leghista da ministro degli Interni del primo governo Conte, un mandato vissuto pericolosamente, diciamo così.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2022

Intendiamoci, sarebbe ingeneroso esprimere un giudizio troppo severo sulla parabola salviniana: in fin dei conti ha pur sempre preso un partito finito, arrivato al 4%, portandolo nel giro di poco tempo fino al 34% delle elezioni europee. Dopo il Papeete ne ha sbagliate molte, ma è stato anche molto mal consigliato dagli stessi che ora gli rimproverano di aver sbagliato strategia. E comunque, anche dopo il crollo della Lega, il partito ha un risultato percentuale doppio rispetto a quando lui divenne segretario. Al Viminale, l’era Salvini verrà ricordata come quella dei porti chiusi (o semichiusi). Il che, pur in una visione limitata, piccolo-borghese, spettacolare nel senso deteriore del termine, va comunque ascritto a suo merito.

Il profilo basso della Meloni

In che senso, allora, la Meloni sta cercando di non commettere i suoi errori? Ci riferiamo alla politica come estensione dei social, al tentativo di essere sempre sopra le righe e alzare i toni, per polarizzare l’opinione pubblica e accumulare un cospicuo quanto effimero consenso. Ci riferiamo anche allo scontro perenne con istituzioni nazionali e sovranazionali, con i poteri forti o meno forti. Scontro tuttavia solo verbale, plateale, scenico. Lo spettacolo della sfida ai poteri forti che cela però un’arrendevolezza sostanziale.

Ecco, è di questo che la Meloni sembra aver fatto tesoro, nei suoi primi passi da vincitrice delle elezioni: toni bassi. Spirito costruttivo, poche uscite pubbliche, zero polemiche, consegna del silenzio per i suoi. Concetto emerso chiaramente anche nel suo primo discorso da premier alla Camera, in cui ha espresso la volontà di essere protagonista in Europa, cambiando quel che c’è da cambiare, non sterile oppositrice della stessa. Anche la nomina dei due presidenti delle Camere sembra positiva, non tanto per il valore di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, che ovviamente ognuno può essere libero di contestare, quanto per la totale assenza di mediazioni e annacquamenti. Lo stesso dicasi per la fermezza con cui Giorgia ha liquidato gli iniziali mal di pancia di Berlusconi. Apprezzabile, infine, lo sforzo nominalistico: le nuove denominazioni dei ministeri, oltre a far impazzire la sinistra toccandola sui nervi scoperti, denotano un certo sforzo propositivo, anche se la battaglia simbolica fine a se stessa per celare cedimenti o impotenze sostanziali è dietro l’angolo.

Il dito e la luna

Si va verso il migliore dei governi possibili, quindi? Andiamoci piano. Esprimere un giudizio, sia preventivo sia a posteriori, su un governo – o su qualsiasi altra cosa del resto – presuppone di definire innanzitutto le aspettative e i valori di riferimento. Cosa possiamo aspettarci dal Meloni I? Quali parametri metapolitici utilizziamo per giudicare un’azione politica? Diciamolo subito: se peseremo l’azione dell’esecutivo sul piatto di una bilancia, mettendo sull’altro Evola, Thiriart o Pavolini, il responso sarà sconfortante (ma c’è da chiedersi quale politico europeo del dopoguerra non uscirebbe malconcio da una simile operazione). Se attenderemo al varco gli esponenti di Fratelli d’Italia a ogni…

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