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Roma, 28 lug – È il 16 giugno del 1926 quando Aurelio Padovani cade vittima di un tragico incidente che strappa via la vita a lui e a sette dei suoi. La notizia dell’accaduto si diffonde a livello nazionale in pochissimo tempo e il Duce stesso rimane profondamente commosso e turbato dalla sua scomparsa. Al funerale presenzia un enorme seguito sia di comuni cittadini che di grandi esponenti del governo, tra cui lo stesso Benito Mussolini, radunati a Napoli per rendere omaggio ad un guerriero d’idea e d’azione in quel burrascoso primo novecento.

L’eroe di guerra

Aurelio Padovani nasce a Portici, vicino Napoli, il 28 febbraio del 1889. Avviato verso una carriera operaia, gli studi da perito industriale confermano il destino rivolto alla fabbrica.

Una volta diplomato, decide però di accantonare la vita operaia e, mosso da spirito d’azione, nel 1907 si arruola nel Regio Esercito Italiano come allievo sergente. Quattro anni più tardi è volontario nella guerra italo-turca, assegnato ai battaglioni ciclisti dei bersaglieri. Qui prende parte alla terribile battaglia di Sciara Sciatt, dalla quale solo 11 italiani ne escono superstiti. Egli riceve così la sua prima onorificenza: una medaglia di bronzo al valor militare. A seguito della vittoria nel conflitto italo-turco, che vede concesso all’Italia il Dodecanneso e la Libia, Padovani è promosso sottotenente.

L’esperienza maturata in nord Africa gli è fondamentale tre anni più tardi. Durante la grande guerra si guadagna infatti sul campo tre medaglie d’argento al valore militare: la prima la ottiene per la seconda battaglia dell’Isonzo, in un’azione sul monte san Michele, punto di svolta per la presa di Gorizia, dove viene ferito; rifiutata la convalescenza torna subito al fronte e prende parte alla quinta battaglia dell’Isonzo, per cui ottiene la seconda medaglia d’argento; un’ulteriore onorificenza gli è infine assegnata per aver coperto la ritirata dei suoi compagni d’arme, al modico costo di una ferita al piede. Deciso a prendere parte anche alla sesta battaglia sull’Isonzo, durante lo scontro il piede è nuovamente ferito e deve essergli amputato. Padovani è così obbligato per più di un anno a letto in ospedale, ma la sua eroica condotta gli fa ottenere una terza medaglia d’argento. A seguito di Caporetto, a Padovani viene concesso di poter tornare sul fronte. Inabile al combattimento è assegnato al comando della legione cecoslovacca, dove si distingue per le sue capacità di comando. A fine guerra è insignito da ulteriori onorificenze per i suoi molteplici atti di eroismo al fronte.

Aurelio Padovani fascista della prima ora

Nel dopoguerra Padovani fonda il fascio napoletano di combattimento nel 1920 e la sua figura acquisisce da subito grande rilievo nel panorama politico dell’epoca. Si attribuisce a lui il titolo di “fascista più disubbidiente d’Italia”, riesce tuttavia creare attorno a sé un nucleo compatto e ben disciplinato.

Nel 1921 viene eletto segretario provinciale del PNF e nel 1922 si distingue nel porre fine in maniera rispettosa e “diplomatica” a numerosi scioperi, compresa la celebre mobilitazione dei portuari napoletani. L’anno successivo è uno dei gerarchi che spinge per la la marcia su Roma e di lì a poco ne diventa uno dei principali organizzatori. Partendo dalla grande adunata di Napoli, dove raduna una folla di 100mila persone in occasione della visita alla città di Mussolini, fino a guidare lui stesso le squadre d’azione per le vie di Roma.

Con l’inizio del governo Mussolini iniziano però i contrasti tra lui e il Duce, colpevole, secondo Padovani, di aprire il partito al compromesso e allontanandosi dalla linea più rivoluzionaria ed intransigente. Nel 1923 viene espulso dal PNF ma riammesso subito dopo. Di conseguenza, dichiaratosi inadatto alla nuova politica parlamentare, chiede tre volte le dimissioni dai suoi incarichi. Queste vengono accettate solo la terza volta.

La tragica morte

Sebbene uscito dal partito e dimessosi da ogni carica, conferma la sua fedeltà a Mussolini e non appoggia alcuno dei movimenti dissidenti. Accantonata ogni attività politica attiva, si dedica all’intermediazione commerciale. Il 16 giugno del 1926 accade però la tragedia.

Una folla è radunata nella via del suo appartamento in occasione del suo onomastico. Padovani esce fuori dal suo balcone per salutare e ringraziare la gente accorsa. Mentre è affacciato una balaustra si stacca e cade travolgendo lui ed altre persone. Aurelio Padovani muore sul colpo, insieme a sette suoi amici. La notizia si diffonde presto per tutta Napoli.

Dopo i funerali, ai quali partecipano le più alte cariche del governo, ad Aurelio Padovani sono dedicate piazze e vie, oltre a diversi monumenti. L’antifascismo del dopoguerra decide tuttavia di cancellare ogni segno di tributo toponomastico a Padovani, ma anche i monumenti in suo onore vengono distrutti senza alcun riguardo.

Nel 2010 il suo monumento più celebre viene ritrovato nel fondo delle gallerie borboniche, dopo decenni in cui lo si credeva distrutto.

Giacomo Morini

2 Commenti

  1. Consiglio Vivamente di leggere sulla figura di Aurelio Padovani il bellissimo libro delle edizioni Controcorrente AURELIO PADOVANI IL FASCISTA INTRANSIGENTE di Gerardo Picasso. Rappresenta uno spaccato dell’intransigentismo fascista prima del consolidamento del Regime e dell’avvento insieme al vero Fascismo anche dei fiancheggiatori tiepidi e del notabilato conservatore che Padovani ha sempre avversato!

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