Roma, 8 lug – A Sussak, un paese in Croazia vicino a Fiume, nacque Bruno Caleari il 1° giugno 1908. Il giovane, appena diciottenne, si diplomò all’istituto nautico del capoluogo istriano e, grazie al suo ottimo punteggio, lavorò due anni presso la Lloyd Adriatico per poi trasferirsi alla Società Adria.
L’inizio della carriera in Marina
Solo due anni dopo la maturità, il 10 dicembre 1928, Bruno Caleari poté frequentare l’84° corso da ufficiali dell’accademia navale di Livorno ottenendo il grado di aspirante guardiamarina il 1° gennaio dell’anno successivo. Caleari venne subito affidato al sommergibile “Des Geneys”, un mezzo storico che vide tutti i più importanti scontri del ventennio tra il 1920 ed il 1943 (fu affondato il giorno dopo la firma dell’armistizio con gli anglo – americani), per poi passare all’esploratore “Ugolino Vivaldi” con il quale combatté in Etiopia nel 1936 difendendo le postazioni sul Mar Rosso. Il 21 agosto dello stesso anno ottenne la promozione a sottotenente di vascello. Il motto della nave era un verso di Gabriele D’Annunzio tratto dall’Elettra: “Con la prora dritta a gloria e a morte”. Ritornato dall’esperienza africana, Bruno Caleari ottenne il posto nel ruolo speciale della marina e, dalla fine dell’estate 1936 all’aprile dell’anno seguente, frequentò il corso di osservatore aereo alla scuola di Taranto. Una volta conseguito il brevetto, venne affidato alla 182° divisione idrovolanti di Nisidia per poi passare alla 184° di Augusta. Il 24 gennaio 1940 venne trasferito a Vigna di Mare nei pressi del lago di Bracciano per poi partire alla volta della Sardegna per sostenere la 287° squadriglia idrovolanti.
La morte sui cieli sardi
Bruno Caleari venne posto di stanza a Elmas il 10 luglio 1940. Per 9 giorni il soldato italiano compì ricognizioni di controllo sul mar Tirreno e Ligure controllando eventuali spostamenti delle forze francesi ed inglesi. Il 19 luglio il suo venne inseguito da tre caccia decollati dalla HMS Royal Ark. I tre danneggiarono il velivolo di Caleari che dovette ammarare. Il giovane morì nell’impatto con l’acqua. Una medaglia d’argento, poi d’oro, venne assegnata all’eroe di Fiume: “Già combattente nell’Africa Orientale Italiana non aveva conosciuto alcun limite di coraggio e di sacrificio, nel superamento di se stesso per servire la Patria oltre il dovere. Osservatore a bordo di un idrovolante in ricognizione strategica, attaccato da tre velivoli da caccia nemici, veniva mortalmente ferito al petto mentre si accingeva alla difesa. Colpito una seconda volta al capo e, sempre sotto il fuoco dell’avversario, mentre l’idrovolante era costretto ad ammarare per le avarie riportate, stoicamente determinava l’esatta posizione dell’apparecchio impartendo al marconista istruzioni e consigli per la trasmissione dei segnali di soccorso, onde i camerati potessero trarne possibilità di salvezza. Prossimo alla agonia cosciente del suo stato, con sovrumana energia e con la disperata volontà, dava ancora preziosi consigli per l’organizzazione della difesa. Quindi serenamente decedeva. Col suo ultimo respiro passò sul mare un soffio di epopea”.
Tommaso Lunardi

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