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Roma, 1 set – Sono stati moltissimi i soldati che hanno dato la loro vita per difendere il sacro limes d’Italia. Alcuni hanno imbracciato il fucile e si sono fatti largo utilizzando tutte le pallottole del caricatore, altri con il pugnale tra i denti hanno guardato in faccia la morte. Non da meno furono le gesta di Giorgio Natale Gherlinzoni, caduto sul Monte San Gabriele il 30 agosto 1917-
UNA VITA IN DIVISA
Era la vigilia di Natale del 1887 quando nacque Giorgio, figlio di Giovan Battista. Originario di Bergantino, in provincia di Rovigo, si arruolò giovanissimo, poco più che ventenne, per combattere da fante la guerra italo-turca. Il giovane combatté sia sul fronte desertico della Libia sia su quello mediterraneo dell’Egeo instancabilmente e valorosamente. Il suo coraggio e ardimento vennero, così ben visti dagli ufficiali, gli valsero un encomio solenne al termine del conflitto per i meriti e i valori di guerra.
INTERVENTISTA ED EROE DI GUERRA
Nel 1915, pochissimo tempo prima dello scoppio della Grande Guerra, Giorgio Natale Gherlinzoni si trasferì a Bologna dove sostenne attivamente la causa interventista. Il rodigino voleva, però, essere non solo verba ma anche exempla secondo la moda latina. Per questo partecipò al conflitto con il grado di Capitano della 35^ fanteria combattendo in numerosi scontri. In uno di questi sul Podgora rimase ferito ma, nonostante il dolore, continuò a combattere fino alla fine delle ostilità. Per questa sua gesta ottenne una medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: “Conquistata una posizione nemica, la tenne con tenacia respingendo successivi contrattacchi avversari”.
Desideroso di tornare dai suoi soldati, non aspettò nemmeno la fine della convalescenza e, in men che non si dica, imbracciò di nuovo il fucile. Al soldato venne affidata una compagnia della 229^ Fanteria con il grado di primo capitano. Distintosi ancora una volta in battaglia venne accolto dal colonnello Castelfranco con il quale combatterà fino alla fine della sua avventura bellica. Il 30 agosto 1917 infuriò la terribile undicesima offensiva sul fiume Isonzo. Uno scontro che si potrebbe tranquillamente definire come l’emblema dell’utilizzo di uomini come “carne da cannone” con quasi 250.000 morti da ambo le parti.
Sul Monte San Gabriele, in Slovenia, il fuoco nemico atterriva le stremate truppe italiane. I compagni di Gherlinzoni lo pregavano di restare al sicuro all’interno della galleria del Comando di Reggimento. Ma lui volle accompagnare i suoi soldati fino all’ultimo respiro e continuò ad incitare i suoi soldati aizzandoli contro il nemico. Un proiettile gli trafisse la gola: “Non cadde, si appoggiò ad un murello campestre e volgendo lo sguardo al suo comandante ai suoi soldati, col sacro nome d’Italia sulle labbra morì sorridendo come lieto della gloriosa fine”. Per questo suo eroico gesto, la memoria del soldato rodigino venne commemorata con una medaglia d’argento che recita “In un momento in cui il tiro d’interdizione delle artiglierie e mitragliatrici nemiche immobilizzavano un battaglione destinato all’attacco, Egli, seguendo il proprio comandante di reggimento e coadiuvandolo con mirabile slancio lungo la linea fortemente battuta, colle parole e col contegno concorreva a sradicare dagli appostamenti le truppe, precedendole nell’assalto. Colpito da pallottola alla gola, dava la vita alla Patria in generoso olocausto”.
Giorgio Natale Gherlinzoni moriva così, onorando l’Italia come meglio poteva, lasciando la moglie i suoi tre figli.
Tommaso Lunardi

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