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Roma, 1 giu – I ragazzi del ’99 furono combattenti straordinari, giovanissimi e valorosi che diedero la propria vita per la Patria. Alcuni anni dopo troviamo lo stesso altri esempi di famosi giovanissimi che diedero la propria vita per la difesa del loro ideale. Il ragazzo di cui tratteremo oggi aveva solo 19 anni quando concesse la sua anima alla vittoria.



Il carrista perfetto

Classe 1923, Giovanni Secchiaroli era nato il 2 gennaio a Ripe, in provincia di Ancona nel cuore delle Marche. La sua era un’umile famiglia di artigiani ma la sua passione per le armi lo porterà ad arruolarsi nel 1939. Il suo fine era quello di studiare per diventare meccanico aggiustatore e, per questo, lavorò presso il 1° Centro Automobilistico di Torino.

La sua scalata nel rango dei carristi fu molto veloce. Nel febbraio 1941, ottiene il brevetto di pilota di carro armato ottenendo anche la qualifica per poter guidare gli autocarri. La guerra, nel frattempo, infuriava in Africa e Secchiaroli venne affidato al 33° Reggimento fanteria carristi di Parma.

Il caporale medaglia d’oro

Il primo terreno di scontro nel quale Giovanni Secchiaroli ebbe la possibilità di mettere in pratica la propria capacità di soldato, furono le due battaglie di Bir el Gobi. In forza alla 1° Compagnia dell’VIII Battaglione carri medi M13/40. Durante le due battaglie sul suolo libico, le forze dell’Asse ebbero la meglio mentre l’Operazione Crusader si concluse a favore degli alleati.

Fu proprio durante la conquista di Bengasi che il giovane marchigiano ottenne la sua promozione a caporale. La gloria durò molto poco. Il 27 maggio 1942 si consumò la sanguinosa battaglia di Bir Hacheim. La divisione di Secchiaroli era, praticamente, smembrata. Il giovane era ferito ma continuò strenuamente a far fuoco sul nemico fino alla sua uccisione dentro il suo carro armato.

In suo onore gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Mitragliere di un carro M/l3, già distintosi in numerosi combattimenti per audacia e sereno sprezzo del pericolo durante un attacco a munitissima posizione nemica, pur essendo ferito e unico vivente a bordo continuava a far fuoco dal carro immobilizzato sulle vicinissime posizioni nemiche, finché un nuovo colpo di anticarro lo feriva a morte. Raccolto in fin di vita mentre ancora saldamente stringeva le mitragliere roventi rifiutava di essere trasportato ad un ospedaletto da campo e con un ultimo anelito di vita riusciva ad esprimere al comandante la divisione che visitava i feriti la gioia di aver dato se stesso alla Patria, e la certezza incrollabile della vittoria delle nostre armi”.

Tommaso Lunardi

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