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Roma, 4 mag – La fine della seconda guerra mondiale fu, per molti italiani, l’inizio di un nuovo inferno. Ricorda Paolo Pansa nel suo libro “La Repubblichina” come una donna, innocente ai misfatti o alle stragi perpetuate da altri, potesse essere preda dell’odio partigiano e politico verso “il nemico” per quanto tenero ed inerme potesse apparire. Una logica del potente che non ha nulla a che vedere con il nobile galateo della guerra.

Il siciliano eroe delle Alpi

Era il 20 febbraio 1887 e ad Aragona, in provincia di Agrigento, veniva alla luce il piccolo Santi Quasimodo. Il padre, Vincenzo, era un militare di carriera e anche il figlio decise di seguire le sicure orme paterne. Combatte e si distingue dapprima in Libia nella conquista della regione dalle mani dell’ormai sfaldato impero ottomano e poi nel nord Italia, dove ottenne una medaglia di bronzo al valor militare a Fiera di Primiero.

Finita la guerra rimase, come molti altri suoi commilitoni, molto deluso dalle condizioni nelle quali versava l’Italia per la quale aveva combattuto. Il sud non riceveva miglioramenti ma, anzi, malgrado la guerra avesse interessato praticamente solo il nord Italia, il Mezzogiorno non viveva una situazione sicuramente migliore. Per questo motivo, nel 1919, Santi Quasimodo aderì ai Fasci di Combattimento per poi appoggiare il fascismo nella sua ascesa al potere. Entrò a far parte anche della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e venne assegnato alla 171° Legione di stanza a Palermo con il grado di colonnello.

Dalla guerra alla scomparsa

Prima dell’impegno bellico, Santi Quasimodo ebbe modo di dedicarsi ad altre passioni. Fu il primo presidente del Catania Calcio (all’epoca Società Sportiva Catania) e divenne segretario federale del Partito Fascista in Sicilia. Quasimodo ottenne la promozione a generale di brigata e venne posto a capo del 31° Gruppo Legioni Sassari. Si distinse anche in Etiopia dove difese i propri compagni dall’arrivo dei predoni del deserto.

Durante la seconda guerra mondiale condusse offensive in Albania e a Malta. Proprio sull’isola mediterranea, Santi Quasimodo aveva intenzione di spostare un grande manipolo di soldati partendo dalla Sardegna. Tuttavia, l’inasprirsi delle rivalità con il nemico inglese e la sempre maggior ingerenza nel Mediterraneo della Royal Navy lo obbligarono ad abbandonare il progetto. Dopo essere stato a Tolone per un breve periodo di tempo, Quasimodo tornò in Italia. Con l’aiuto di Rodolfo Graziani sfuggì ai tedeschi che lo credevano un nemico e, anzi, aderì alla Repubblica Sociale Italiana. L’ultimo compito di rilievo affidatogli fu il comando della Guardia Nazionale Repubblicana. Passò così gli ultimi anni di vita nel nord Italia fino al 25 aprile 1945.

In quei giorni si trovava a casa del nipote, lo scrittore Salvatore Quasimodo, ma l’aria era troppo pericolosa per rimanere ancora a lungo. Si persero le tracce del generale Quasimodo il 1° maggio del 1945 quando, a Brescia, venne catturato dai partigiani nemici. Di lui non si seppe più nulla né il suo corpo fu più ritrovato.

Tommaso Lunardi

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