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Roma, 23 giu – Dentro ognuno di noi si può nascondere un cuore da patriota, da eroe della nostra Patria. Questa è la storia di Carlo Noè nato in provincia di Milano, a Mesero, il 19 agosto 1915 in piena Grande Guerra. Di fisico gracile, Carlo Noè visse a lungo con la famiglia nelle campagne di Mesero svolgendo l’umile attività di contadino. Di forte fede cattolica, i suoi genitori lo avvicinarono alla religione e all’oratorio, luogo che frequentava costantemente tanto che aspirava a diventare missionario, sogno infranto dalla sua fragile fisicità.
Carlo Noè vive una vita anonima fino al 10 giugno 1940. All’entrata in guerra, l’esercitò arruola il giovane milanese con il grado di caporale e viene mandato a combattere nella Francia del sud sul Monginevro. L’avanzata francese era impetuosa, i soldati italiani cercarono in ogni modo di resistere ma tutto fu vano. Una postazione militare era stata totalmente smilitarizzata dopo che tutti i soldati italiani ivi presenti furono uccisi dai nemici. Noè capì che doveva fare qualcosa, per questo prese con sé un pugno di fidi compagni e difese la postazione sparando con la mitragliatrice lì presente. I suoi compagni lo coprirono ma vennero tutti uccisi. Malgrado la loro morte, la disperazione ma non la paura, Carlo Noè continuò a tener premuto il grilletto falciando chiunque si muovesse davanti fintanto che anche lui, rimasto senza neppure una cartuccia, non venne freddato da un colpo di fucile.
Per il suo eroico gesto, a Carlo Noè venne conferita una medaglia d’oro al valor militare: “Vice comandante di squadra fucilieri, all’attacco di una munita posizione, si faceva risolutamente largo, a colpi di bombe a mano,fra nuclei nemici, per impedire che questi potessero impadronirsi del fucile mitragliatore di un nostro caduto. Rimasto con solo quattro uomini, riusciva a penetrare nelle linee avversarie e stabilitosi a tergo di esse, apriva nutrito fuoco contro i difensori. Caduti tutti i componenti dell’eroica pattuglia, continuava da solo, imperterrito, la lotta, tenendo a bada il nemico per una intera giornata e durante la notte si costruiva un piccolo riparo, sistemandovisi a difesa. Al mattino successivo, accerchiato dall’avversario che gli intimava la resa, rispondeva con precise raffiche di fuoco. A nuove intimazioni, manteneva per lungo tempo a distanza il nemico, con il suo contegno aggressivo, prendendo di mira, col proprio fucile mitragliatore, gli avversari che cautamente gli si avvicinavano da ogni lato. Alcune raffiche a brevissima distanza lo abbattevano ed allorquando gli avversari furono su di lui constatarono che egli non aveva più una sola cartuccia. Il comandante del nucleo francese, ammirato, lo citava ad esempio ai suoi uomini e più tardi ne testimoniava, cavallerescamente, per iscritto, il sublime eroismo”.
Tommaso Lunardi

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