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Roma, 6 ott – Non c’è stato tempo per prendere atto dell’approvazione della cosiddetta Manovra del Popolo, che minacce più o meno velate sono arrivate da diversi esponenti dell’Unione Europea, per i risultati che l’attuale governo è riuscito a ottenere.
Le critiche dell’Europa sono arrivate già poche ore dopo l’approvazione del decreto, nella mattinata del 28 settembre, e hanno tutte lo stesso filo conduttore: lo sforamento del deficit determina un aumento del debito italiano, che ricadrà interamente sul popolo. Dopo aver ricordato che “fare politiche espansive quando si è indebitati rischia di ritorcersi contro chi le fa”, Pierre Moscovici ha elencato le tre possibili opzioni con cui l’Unione Europea può reagire alla manovra giallo-verde: accettare la manovra, chiedere al governo di cambiarla parzialmente, o rifiutarla in toto. Il commissario francese, però, non si ferma qui: dopo aver ribadito la necessità per l’Italia di adeguarsi alle direttive europee (in particolare, il Patto di Stabilità), fa leva, con una lezioncina superficiale e carica di buonismo, sulla paura, per screditare il lavoro del governo Conte: “Se gli italiani continuano a indebitarsi, cosa succede?”, chiede retoricamente il commissario, “i tassi di interesse aumentano e il debito cresce”, cosicché “ogni euro in più speso per il debito è un euro in meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale”. Subito dopo la pubblicazione della parole di Moscovici, cui hanno risposto sia Di Maio che Salvini, sottolineando l’indipendenza dell’Italia nei confronti dell’Europa e la necessità di attuare manovre che migliorino la condizione delle classi più disagiate, abbiamo assistito al solito terrorismo finanziario: lo spread ai massimi e i titoli, specialmente quelli bancari, che colano a picco.
La presa di posizione del governo giallo-verde nei confronti dell’ingerenza europea nelle questioni italiane lascia intuire che si assisterà ad una vera e propria battaglia, uno scontro istituzionale internazionale, fra Italia ed Europa. Uno scontro che è la manifestazione e il risultato di una tensione ormai decennale e che riflette l’esasperazione cui una certa politica economica di Bruxelles ha spinto le popolazioni di alcuni stati europei, Italia fra questi. Questo scontro si riflette però anche all’interno dello stivale, come è evidente se si considera la tensione, silente ma palese, che esiste fra il Quirinale, che guarda con preoccupazione alla manovra approvata l’altro ieri e che, inoltre, fin da subito, ha manifestato una certa perplessità nei confronti dell’attuale governo (si ricordino le resistenze di Mattarella rispetto al Prof. Savona), e il governo M5S-Lega, ma se si pensa, anche, alla presa di posizione del Ministro Tria nei confronti della politica economica dell’attuale governo, una presa di posizione che tradisce non soltanto una certa insofferenza nei confronti delle pressioni cui Tria è stato sottoposto per approvare la manovra, ma anche una grande sfiducia nell’esecutivo di cui, paradossalmente, egli stesso fa parte: se è grave che per l’ennesima volta l’Europa minacci l’Italia e pretenda sottomissione, ancor più lo è il fatto che manifestazioni di sfiducia nei confronti dell’operare del governo arrivino e siano sbandierate ai quattro venti anche da chi del governo fa parte; anzi, da uno dei ministri più importanti. Quando si trovava sotto pressione per l’approvazione della manovra, il professor Tria ha dichiarato di agire nell’interesse nazionale; e nella mattinata di ieri ha detto che resterà al governo per carità nazionale; ci si potrebbe domandare, però, se sia nell’interesse nazionale manifestare apertamente i propri dubbi nei confronti delle decisioni del governo, alimentando ulteriormente la sfiducia dei mercati.
Spesso coloro che guardano con favore all’Europa (i cosiddetti europeisti) e coloro che, pur consci dei danni che la politica europea sta provocando in Italia, preferiscono il silenzio e la sottomissione alla presa di posizione (gli ignavi) accusano coloro che si ribellano alla prepotenza europea di nazionalismo e di populismo, due aggettivi che, per un qualche mistero semantico, hanno oggi una connotazione negativa (quasi che fare gli interessi della propria nazione e rispettare la volontà popolare debbano essere considerati reati: forse questi signori dovrebbero ricordare il primo articolo della Costituzione). Queste accuse sono accuse ad hominem, attacchi personali che fanno leva sull’emotività per spostare la discussione su un piano diverso da quello che è effettivamente rilevante, per distogliere l’attenzione dal vero problema, quello economico: è la pressione economica esercitata dall’Europa, che ricade sulla popolazione, a spingere le politiche cui stiamo assistendo, politiche che sono populiste solamente nella misura in cui con “populismo” si intende fare riferimento a quelle decisioni che hanno come scopo principale favorire a difendere la classe medio-bassa, il popolo, contrapposto all’élite dominante.
È un dato di fatto che, a partire dall’entrata dell’Italia in Europa e soprattutto con l’entrata in vigore della moneta unica europea, la classe media ha perso potere d’acquisto costantemente, tantoché è lecito domandarsi se essa effettivamente ancora esista; ed è un dato di fatto che l’aumento della povertà è stato costante. L’aumento della povertà, unito alla sempre maggiore precarizzazione del lavoro, è la causa della sfiducia nei confronti della politica economica europea, e non c’è da stupirsene: come può il cittadino medio rimanere fiducioso nei confronti di un’istituzione che, pur professando certi valori, trascina i paesi più deboli in uno stato di sempre maggiore interezza e debolezza economica? L’astio degli italiani nei confronti dell’Europa non è a priori, ma è la conseguenza del continuo impoverimento cui l’Italia è stata sottoposta. In origine, gli italiani non soltanto tolleravano, ma guardavano con fiducia all’Europa: a prova di ciò è sufficiente ricordare che quando, nel referendum consultivo del 1989, gli italiani furono chiamati a votare a favore o contro l’entrata in Europa, i voti favorevoli superarono l’85%; lo scorso anno, l’indagine demoscopica illustrata alla Camera in occasione del quarto Strategy Council Deloitte ha rilevato che il 77% degli italiani non guarda con favore l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.
È un errore di giudizio considerare l’insofferenza del popolo italiano verso l’Unione Europea come un fenomeno di natura ideologica: l’ideologia, in questo caso, non c’entra niente. Bisogna, cioè, ben guardarsi dal pensare che tale insofferenza sia dettata da uno spirito nazionalista sopito e ora risvegliatosi o da una delusione determinata dalla consapevolezza della contraddizione fra i valori che hanno guidato i padri fondatori dell’Europa e l’effettivo agire, in campo politico ed economico, dell’Europa stessa. Una tesi di questo genere presupporrebbe l’assunzione che il popolo – cioè, il cittadino medio – avverta la ”europeità” come qualcosa di proprio, condivida con gli altri cittadini europei il senso di appartenenza all’Europa. Questa assunzione è del tutto errata. L’europeità è un concetto creato a tavolino che viene dai salotti intellettuali, non dal popolo: esso non è, come invece l’italianità, il risultato di sangue e di guerre e battaglie; è il risultato di una certa cultura filosofica e politica, le cui basi teoriche e storiche sono da rintracciarsi, rispettivamente, nell’illuminismo kantiano e nella fondazione degli Stati Uniti d’America. L’europeità non caratterizza gli italiani, semplicemente perché i valori su cui si fonda l’Europa non sono un frutto del grembo della volontà popolare, ma sono stati, piuttosto, imposti dall’alto. Andate per strada e domandate alla gente se conosce Giuseppe Verdi, Giuseppe Garibaldi, Alessandro Manzoni, Dante Alighieri, San Francesco d’Assisi, e molti altri nomi di personaggi che hanno ispirato l’italianità, e vedrete che pochissimi vi chiederanno di chi state parlando; ma provate poi a chiedere se sanno chi sono Immanuel Kant, Claude Henri de Saint-Simon, Jacques-Nicholas-Augustin Thierry e che ruolo hanno avuto nella fondazione dello spirito europeo: vedrete quanti occhi stralunati. Per gli italiani – così come probabilmente per molti altri cittadini stranieri – l’entrata in Europa era vista, in origine, come un modo per migliorare le condizioni economiche e avere un’economia più solida: coloro che fanno leva su questioni ideologiche per attaccare chi si ribella alla politica economica europea attuano una strategia che vuole spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, dai veri problemi (povertà, precariato, ecc.) a sofismi e dibattiti terminologici.
Edoardo Santelli

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