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Roma, 9 mag – Serpeggia un certo entusiasmo smodato, nelle cosche globaliste. L’elezione di Emmanuel Macron, infatti, è solo l’ultimo tassello di una riscossa del peggior pensiero unico liberal e anti-popolare in atto da qualche tempo. A questi festeggiamenti, fa da contraltare la perplessità di un’area che, abituata al tifo più che all’analisi, si era fatta un quadretto presto smentito dalla realtà. Ricordate cosa accadeva solo pochi mesi fa? C’era stata Brexit, poi l’elezione di Trump. Da qui la fantasia “sovranista” era poi partita per la tangente: a partire dall’influenza di Bannon (vero consigliere di Trump, ma falso evoliano) e Dughin (vero evoliano, ma falso consigliere di Putin) si immaginava un mondo in cui addirittura l’idea tradizionale era diventata l’asse che non vacilla della geopolitica universale. Insomma, avevamo finalmente vinto.

Francia e Olanda dovevano essere i successivi adepti dell’impero, dopo imminenti e immaginari successi alle urne del sovranismo inarrestabile. Poi, però, è accaduto che sia a Parigi che a L’Aja abbiano vinto i cattivi (e, a ben vedere, nel secondo caso, anche i buoni facevano abbastanza schifo di loro). Trump, nel frattempo, è diventato un Bush con il riporto, ha emarginato Bannon, si è riposizionato su posizioni da destra repubblicana classica e ha attaccato la Siria. La quale, a sua volta, appena riaffacciatasi sulla scena diplomatica dopo l’isolamento e la guerra, è stata ricacciata nel cattiverio geopolitico dalla bufala dell’attacco chimico.

Putin, dal canto suo, fa ancora fare sogni bagnati a tutto un ambiente che su di lui continua a proiettare speranze adolescenziali e aspettative ideologiche, ma la linea reale del Cremlino resta realista fino al cinismo. Mosca potrebbe essere un alleato prezioso, se noi esistessimo come soggetto politico e di civiltà. Ma siccome non esistiamo, Mosca agisce per i suoi fini, indipendentemente da noi. Insomma, il globalismo non arranca. Anzi, ci sembra in buonissima salute. Ha delle battute a vuoto, senz’altro, che poi il più delle volte sono riposizionamenti interni ai suoi equilibri di potere, ma resta lì, sul trono. Il che non significa che la situazione sia più disperante di quanto non lo fosse uno, dieci, venti anni fa. Una certa rabbia popolare esiste. Una domanda di sovranità, libertà, civiltà è reale. Certi discorsi, argomenti, frame ideologici circolano, sono compresi, creano consenso. Insomma, la possibilità di giocarsela ci sono. Dobbiamo solo capire che quella partita che credevamo di aver vinto, in realtà non l’avevamo nemmeno iniziata a giocare.

Adriano Scianca

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