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georgeRoma, 12 lug – La figura di Stefan George è oggi confinata nel ricordo dei soli eruditi, quei pochi, almeno, che ancora preferiscono la grande cultura della modernità ai singhiozzi morali degli intellettuali odierni. Occorre quindi un grande sforzo mentale per capire quanto le liriche di questo poeta difficile, oracolare, aristocratico abbiano influito sulla storia del Novecento. Basti pensare che ad un testo oggi pressoché incomprensibile ai più, come il poema La stella dell’alleanza, George fu costretto ad apporre, nel 1928, una premessa i cui si prendevano le distanze dagli entusiasmi che il testo aveva suscitato nella gioventù tedesca: uscito in prima edizione nel gennaio 1914, era finito nelle trincee, dove i giovani soldati se lo erano passati di mano in mano, individuando nella Grande Guerra la battaglia dello spirito narrata in quei versi.

In quell’avvertenza c’è del resto tutta la contraddizione del grande genio anticipatore: troppo impegnato a fondare un nuovo mito per riconoscerne poi le gemmazioni nella realtà. Non erano stati solo i combattenti tedeschi, del resto, a vedere in George il nume tutelare della nuova epoca che si forgiava nelle tempeste d’acciaio: il 30 agosto 1914, Gundolf scriveva al poeta: “Vivo e mi agito nella grandezza delle imprese tedesche, che non hanno pari nel mondo e che dovranno condurre a una nuova era. Qualunque cosa verrà (fosse pure la barbarie), questo mese di agosto è già di per sé una realizzazione superiore a tutte le speranze e pari ai più grandi momenti tedeschi – ‘l’Atto si è manifestato in giubilo terreno’ – il compito delle spirito tedesco è enormemente aumentato con questa conferma della forza e del regno tedesco”. Il verso citato era appunto tratto da La stella dell’alleanza.

Gundolf era membro del George Kreis, gruppo che era un po’ cenacolo letterario, un po’ società segreta, in pieno stile bundisch, come era tipico negli anni della Rivoluzione Conservatrice. Al Kreis presero parte nomi di primo piano della cultura tedesca di quegli anni: Ernst Kantorowicz, Rainer Maria Rilke, Hugo von Hofmannsthal, i fratelli Stauffenberg, Ludwig Klages, Alfred Schuler, Karl Wolfskehl, Kurt Hildebrandt, lo stesso Friedrich Gundolf. E al centro lui, Stefan George, più Vate che semplice maestro. Il poeta era nato a a Büdesheim, villaggio presso Bingen, il 12 luglio 1868. George visse quasi tutta la sua vita in un agiato nomadismo, spesso ospite di amici e quasi mai fisso in un solo luogo. A Parigi, ventenne, conobbe i poeti della scuola simbolista, Mallarmé e Paul Verlaine, da cui fu molto influenzato. La sua poetica si forgiò molto presto: per lui il poeta era l’artefice di un nuovo regno. Ostile al naturalismo e al materialismo, egli doveva creare il suo mondo anziché riflettere quello esistente (ne è un’immagine il “fiore nero” di lava che coltiva nel suo palazzo Algabal, figura trasfigurata dell’imperatore Eliogabalo: è l’opposto del “fiore azzurro” dei romantici). È la poesia a dare senso alla realtà, non viceversa, tant’è che “nessuna cosa v’è dove la parola manca”, come recita uno dei suoi versi più famosi.

Sopra tutto, domina la Forma, elemento ordinatore, decisione contro il caos. Il Circolo nacque nel 1982 e accentuò ancora di più il carattere misterioso del suo fondatore: George pubblicava le sue poesie in edizioni private, distribuite agli amici in senso quasi iniziatico. Aveva ideato anche proprie regole tipografiche a cui si atteneva scrupolosamente. Eccellente traduttore, si dedicò peraltro a far conoscere in Germania Dante Alighieri e D’Annunzio (aveva imparato l’italiano da solo, a 14 anni, per leggere Petrarca e Tasso). Nel 1902, le sue speranze di redenzione mistica della Germania si riversarono messianicamente nella figura di Maximilian Kronberger, giovane studente liceale cui George dedicò una serie di poesie d’amore e che, dopo la sua morte per malattia, divenne agli occhi del poeta una vera e propria figura mistica, il nuovo Dio dal sapore zarathustriano venuto a portare nel mondo l’impronta della forma e della bellezza.

Nelle sue ultime opere, il tema politico si fa sempre più esplicito: il Circolo (Kreis) diviene Alleanza (Bund) e poi si fa Impero (Reich). La Forma è forza agente contro la volgarità della massa, contro gli istinti borghesi, in favore della bellezza e del principio aristocratico. Tutto questo affonda le radici in quella “Germania segreta” il cui fondale spirituale, per Nietzsche, era dionisiaco, laddove invece George la poneva sotto il riverbero solare di Apollo. Un riverbero che presto sarebbe divampato come fuoco in tutta Europa, anche se George, ritiratosi in Svizzera nel 1933 in attesa della morte, faticherà a riconoscerne la luce nei chiaroscuri della realtà. Ma i suoi versi sarebbero sopravvissuti all’uomo:

Su nuove tavole scrivete
il Nuovo Ordine:
lasciate i vegliardi gioire del bene acquisito,
la tempesta lontana non giunge al loro orecchio.
[…]
Recar dovete il pugnale nell’alloro
conforme in passo e suono alla vicina Lotta.

Adriano Scianca

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