Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 18 apr – Il razzismo antibianco delle periferie francesi sbarca anche al cinema. È infatti in arrivo sui grandi schermi transalpini Patries, della regista Cheyenne Carron.

La pellicola parla della storia di Sébastien, un ragazzo francese che con la sua famiglia va ad abitare nella banlieue parigina. Qui fa subito amicizia con Pierre, un giovane camerunense in cerca della sua identità, ma deve scontare anche l’ostilità di un gruppo di ragazzi di origine africana.

Carron è del resto una regista da sempre interessata ai temi delle origini, delle appartenenze, delle identità, anche in virtù della sua storia familiare: di origine kabila, a tre mesi viene sottratta ai genitori naturali per una storia di maltrattamenti e affidata ai Carron, una famiglia di cattolici umanisti di sinistra. Nella Pasqua del 2014 si è fatta battezzare ed è diventata Cheyenne-Marie.

Schermata 2015-04-18 alle 14.35.14Il suo precedente film, L’Apôtre (L’Apostolo), ha fatto discutere per il fatto di rappresentare la conversione al cattolicesimo di un giovane musulmano, fra la costernazione della sua famiglia e della sua comunità (dopo gli attentati di Charlie Hebdo il ministero degli Interni ha fatto sì che alcune proiezioni della pellicola saltassero per pericolo di attentati).

Ora arriva il tema forte del razzismo antibianco, una realtà che i media francesi negano con forza, ormai oltre ogni plausibilità. “Io non sono né bianca né nera – ha detto in un’intervista la regista – ma marrone chiara. Non ho mai sofferto del razzismo da parte dei bianchi o dei neri. Dai tempi della mia adolescenza ho avuto occasione di frequentare ragazzi e ragazze venuti da tutti gli ambienti e da tutte le origini etniche. Ho osservato le manifestazioni del razzismo in tutte le sue forme. Oggi credo di avere abbastanza distanza da questo soggetto per potermene AffichePatries1interessare in quanto cineasta. Ho constatato che molti magnifici film sono stati fatti per denunciare il razzismo contro i neri, penso a Imitation of Life, 12 years a slave, o Dear white people, ma non ho mai visto dei film sul razzismo antibianco. Allora ho avuto voglia di correggere questo dato”.

Per Patries, spiega, “mi sono ispirata a testimonianze di diverse persone che hanno vissuto nella banlieue parigina per molti anni. Mi hanno raccontato il modo in cui tentavano di integrarsi ma anche il modo in cui vivevano una forma di rifiuto per via della loro pelle bianca. Spesso si sono allontanati da queste banlieue per vivere in un’altra periferia. È tempo che cessiamo di tacere questo problema o di far finta che non esista e che un dibattito su questo argomento si apra”.

Interessante, nel film, il personaggio di Pierre, l’immigrato “buono” di origine camerunense, che però, a differenza della sua famiglia, non si sente francese ed è in cerca di una identità che sente di poter trovare solo nella sua patria originaria, alla quale sogna di ritornare.

“Mi sembra che in Europa – spiega la regista – sia tempo di avere una visione più sana del nostro rapporto con gli immigrati. Aiutare ‘l’Altro’ sulla sua terra, aiutarlo a mantenere il legame con la sua storia mi sembra più bello che dirgli: ‘Vieni a casa mia se non hai niente a casa tua’. O peggio: ‘Vieni a casa mia e io sfrutterò le ricchezze di casa tua’ […]. Non bisogna trattare gli immigrati come bambini abbandonati! Loro hanno una terra da qualche parte, in cui sono nati e in cui spesso hanno una famiglia e dei ricordi. Un giorno questa terra potrebbe mancare loro, è il caso di Pierre”.

Adriano Scianca

1 commento

Commenta