Roma, 14 ago – Quando uno Stato decide di combattere l’illegalità calpestando esso stesso le proprie leggi, smette di esercitare la giustizia e comincia ad applicare una mera vendetta. Quello che sta accadendo nella Casa Circondariale di Parma nei confronti di Gilberto Cavallini non rappresenta semplicemente l’ennesimo disservizio estivo di un’amministrazione pubblica inefficiente e disorganizzata, ma costituisce un sopruso sistematico perpetrato nel silenzio complice delle istituzioni. È la dimostrazione spietata di come il nostro sistema penitenziario sappia trasformarsi in un ingranaggio di tortura burocratica, colpevole di dimenticare e calpestare proprio quei principi costituzionali di cui dovrebbe essere il primo e invalicabile garante.
A un uomo di settantatré anni, che ha già trascorso in cella quarant’anni della propria vita e che aveva faticosamente conquistato la semilibertà dimostrando un reale ed effettivo percorso di rieducazione, in base a quelle leggi che tendono alla riabilitazione del detenuto e non alla sua mera punizione, viene improvvisamente azzerato ogni progresso umano e giuridico. Rispolverando una sanzione accessoria a cinquant’anni di distanza dai reati contestati per la strage di Bologna, le istituzioni hanno scelto di murarlo nuovamente vivo in un regime di isolamento diurno. Pensavamo di aver visto l’apice di quello che sembra essere a tutti gli effetti un accanimento giudiziario. E invece il peggio doveva ancora venire.
Il meglio del peggio: la privazione dell’ora d’aria
Con l’arrivo del mese di agosto si è raggiunto il punto di non ritorno, capovolgendo qualsiasi criterio di civiltà del diritto. La polizia penitenziaria va in ferie, il personale scarseggia e la risposta della direzione del carcere diventa quella di sospendere le garanzie minime dell’individuo, privando il detenuto persino delle due ore d’aria giornaliere stabilite dalla legge. In una sola settimana, a fronte delle quattordici ore che gli spetterebbero di diritto, a Cavallini sono state concesse appena due ore totali all’esterno.
Una condizione riporta alla memoria una delle pagine più buie e controverse della storia del Novecento: la prigionia di Ezra Pound nel campo di detenzione americano di Metato, vicino Pisa, nel 1945. Il poeta statunitense venne rinchiuso in una gabbia d’acciaio all’aperto, esposto al sole cocente di giorno e ai riflettori di notte, privo di riparo e ridotto al collasso fisico e psicologico prima ancora di subire un regolare processo. Allora si usò la scusa della pericolosità e della contingenza bellica per giustificare un trattamento degradante che mirava a distruggere l’uomo prima del giudizio. Oggi, a distanza di ottant’anni, lo Stato italiano ripropone la medesima logica disumana, sostituendo la gabbia di ferro pisana con una cella sigillata dal blindo a Parma, dove la mancanza di ventilazione e il caldo soffocante svolgono la stessa funzione di annientamento del prigioniero.
Il contra legem per torturare e seppellire vivi
Non si può e non si deve liquidare questa vergogna derubricandola a semplice carenza di organico. Questa è una vera e propria barbarie burocratica, perché l’ora d’aria non è un beneficio premiale o una gentile concessione lasciata al buon cuore della direzione penitenziaria, ma rappresenta l’ultimo invalicabile baluardo che separa la detenzione legale dalla tortura pura e semplice. Le Regole Mandela delle Nazioni Unite sul trattamento dei detenuti vietano l’isolamento prolungato, definito come quello protratto per oltre quindici giorni consecutivi. In Italia ci si permette di seppellire vivo un uomo per tre interi anni e gli si nega persino la possibilità di respirare perché le ferie estive del personale non sono state programmate con la dovuta cura.
Quando le istituzioni rispondono ai delitti del passato violando le proprie regole nel presente, perdono ogni autorevolezza morale. Ridurre un essere umano a una scomoda pratica gestionale da dimenticare dietro un portone blindato non è un atto di giustizia, ma la resa definitiva della civiltà democratica. Oltre che un vile accanimento che ha tutto il sapore di un’amara vendetta che non accenna a terminare.
Tony Fabrizio