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Roma, 18 nov – Talune correnti storiografiche parlano di Francesco Crispi come dello statista prussiano d’Italia. In realtà questa è una forzatura, in quanto Crispi, rappresentante della Sinistra nazionale e di formazione robespierriana-mazziniana, tentò di realizzare in Italia la prima sintesi sociale di unità etico-politica di Stato. Il suo tentativo fallì, ma pose le basi di una morale, di una ragion di Stato, che saranno poi in parte riprese da Mussolini. Se vogliamo trovare il “Bismarck italiano”, dovremmo forse invece far riferimento a Giovanni Giolitti.
Carl Schmitt ha detto (Posizioni e Concetti 1925-1939) che “Bismarck ha realizzato parti essenziali di un programma autenticamente liberale” di scuola hegeliana, come specifica Hermann Lubbe. Allo stesso modo Giolitti, nonostante le forti riserve di Benedetto Croce, che in più casi negò a Giolitti il valore di statista, ha realizzato parti essenziali di un programma nazional-liberale in Italia, come fece prima di lui Cavour e come farà poi, o meglio tenterà di fare, il democristiano liberista e monetarista Giuseppe Pella nel ‘900.
Da qui si comprende immediatamente che i due grandi poli della politica di Stato italiana sono stati due: Cavour e Mazzini. Se il liberismo giolittiano continua la tradizione di stato del primo, il fascismo invece quella mazziniana. Il punto a favore del Giolitti è che, pur essendo (come Cavour) di origine francese, il politico di Mondovì comprende che la via liberale germanica sembra indicare un altro approccio alla modernità, rispetto a quello anglosassone, eccessivamente concorrenziale ed addirittura neo-schiavistico nella sua concezione del mondo. Bismarck e Giolitti, aperti alla possibilità di un Capitalismo e di un liberismo di tipo etico e morale, sviluppano perciò lo Stato etico-liberale. Lo Stato nazional-liberale, sia in Italia sia in Germania, lascia però il centro strategico della vita sociale alla grande industria; quello sociale che per semplificare abbiamo chiamato neo-mazziniano, per non dire robespierriano, con Mussolini finisce per togliere invece dalle mani dell’élite industriale borghese il destino della Nazione, per mettere al suo posto l’elite politica. Non che Giolitti fosse il cagnolino, affatto; aveva una sua strategia, ma come si vede dal 1911, la grande industria dell’acciaio avrà ragione su di lui.
Sempre Schmitt sottolinea, nel medesimo studio, che lo Stato nazional-liberale rischia di degenerare a “Stato debole che agisce al servizio della proprietà privata e della classe capitalista”. Questo successe sia alla Prussia sia all’Italia giolittiana. Lo Stato corporativo invece tenta una sintesi etico-sociale: sostegno alla piccola e media impresa in luogo della grande impresa, riforma bancaria del 1936, Iri, bonifiche e lotta al latifondo in sostegno della piccola proprietà contadina potevano essere elementi, per Schmitt, in tal senso significativi.
Lo stato nazional-liberale italiano modernizza e sviluppa certamente il Nord Italia ma questo è anche il grave limite del giolittismo, che pone purtroppo una pesante ombra sul suo operato, come su quello di Cavour del resto. Ovvero l’ignoranza delle problematiche meridionali e un certo deteriore machiavellismo nel servirsi della malavita locale a fini di mero status quo. Nei vari momenti di crisi economica, ad esempio, durante l’epoca giolittiana, violando chiaramente il piano riformatore sociale del governo, le società industriali di punta (per lo più siderurgiche e ferroviarie) arrivano a detrarre d’autorità la busta paga settimanale dei lavoratori. Si consideri inoltre che le misere pensioni di lavoratori della grande industria e di contadini e i fondi per gli infortuni sul lavoro erano interamente nelle mani delle società private, sebbene essi fossero costituiti sulle basi delle attività salariali. Nel 1912 arriva anche l’ordine del governo (spinto a ciò dalla direzione industriale del paese) per le maestranze di grandi industria di firmare un nuovo contratto, stando al quale esse perdevano anche il diritto al salario fisso.
Questi episodi non devono comunque portarci al giudizio meramente negativo verso la profonda opera di servitore statale di Giolitti, anche se è necessario sottolineare i suoi limiti. In primo luogo un troppo squilibrato eccesso di utilitarismo praticistico, valido in teoria in ambito anglosassone o nordico, si rivela fallimentare per un popolo creativo, come quello italiano (peraltro il fatto che Giolitti non colse a fondo la sostanza progressiva di una certa creatività italiana è dimostrato dal suo atteggiamento verso la piccola impresa). In secondo luogo, il giolittismo fu lo strumento mediante cui avanza la grande industria di guerra italiana: non era per questo possibile essere “neutralisti” tra i due fronti di guerra che si andavano annunciando nel ‘14 ma tale fu il disegno grandioso e irrealistico del Giolitti, che pagammo poi a caro prezzo. Infine, nel dopoguerra fu incerto e contraddittorio verso Mussolini: né lo stroncò quando poteva farlo, né lo appoggiò poi, a differenza di Croce che ne fu assai entusiasta fino al ’25 e che secondo molti studiosi come Abbagnano fu in realtà il vero padre spirituale del Duce.
Merito perenne di Giolitti statista fu la sua avversione sincera e irriducibile, da autentico patriota, verso anglosassoni e francesi sul Mediterraneo; il tentativo, seppur solo in parte riuscito, di nazionalizzare le correnti più “italianiste” del socialismo e del cattolicesimo; addirittura geniale, poi, la sua capacità di utilizzare abilmente l’elite finanziaria medio-europea dell’epoca, per affermare sul piano imperialista globale l’elite industriale, che secondo la sua visione, era la più affidabile per traghettare l’Italia nella modernità. A differenza di quanto solitamente si dice, l’Italia con Giolitti usò la strategia della sovranità assoluta e della indipendenza (che non vi riuscì è un altro discorso), e puntò, sulla via del Mediterraneo, al disegno da grande potenza come era già avvenuto con Crispi. Non vi riuscì, anche e soprattutto a causa degli errori compiuti dal ’13 in avanti, ma Giolitti pose comunque le basi di ciò sul piano industriale e, purtroppo solo in parte, politico.
Ferdinando Bergamaschi



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